Studi poco attrattivi? Il 37% ha già iniziato a cercare giovani

CAPITALE UMANO. Per il 60% della categoria la professione non attira gli under 27. Stella (Zucchetti): «I consulenti ricoprono un ruolo fondamentale di intermediazione con le PMI per la loro trasformazione digitale»

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Sei consulenti del lavoro su dieci sono convinti che la loro professione non attiri i giovani. È il dato più netto della prima edizione dell’Osservatorio Professionisti del Lavoro di Zucchetti, presentata in anteprima nazionale nei giorni scorsi allo Zucchetti Village di Lodi, davanti a 200 professionisti. Ma dentro la stessa ricerca c’è anche l’altra metà della storia: quasi uno studio su due ha deciso di non restare a guardare.

L’indagine ha coinvolto a maggio 432 studi che elaborano le paghe e gestiscono il personale per conto delle imprese. «Abbiamo realizzato il primo Report dell’Osservatorio Professionisti del Lavoro 2026 con l’obiettivo di offrire ai consulenti del lavoro un’analisi approfondita dell’evoluzione della professione», spiega Luca Stella, presidente dell’Advisory Board degli Osservatori Zucchetti HR. I consulenti, ricorda, «ricoprono un ruolo fondamentale di intermediazione con le PMI per la loro trasformazione digitale».

L’Osservatorio Delta Index - che ha una partnership con Zucchetti - ha letto la ricerca con la propria lente sulla Gen Z. Gli studi professionali sono piccole imprese a tutti gli effetti e, come le imprese, devono attrarre, selezionare, formare e trattenere i giovani. Con una ragione in più per guardarli da vicino: sono i consulenti a cui ogni giorno si rivolgono le aziende del territorio. Il punto, per Delta Index, non è stabilire chi abbia ragione, ma capire che cosa uno studio può cambiare da domani.

Le ragioni che si danno

A chi giudica la professione poco attrattiva, la ricerca ha chiesto il perché. Il 52% risponde «lavoro complicato e troppe norme». Seguono, distanziati, chi attribuisce la distanza ai giovani stessi (9%) e chi ritiene la professione poco al passo con i tempi (7%). Solo il 6% parla di lavoro sottopagato. Il report avverte che è il punto di vista dei professionisti, non necessariamente quello dei ragazzi. Qui si apre lo spazio per agire. Le ricerche sulle nuove generazioni che Delta Index legge ogni settimana indicano, accanto alla retribuzione, sempre le stesse richieste: equilibrio tra lavoro e vita privata, flessibilità, prospettive di crescita chiare. Sono le leve che il report stesso cita tra i fattori sociologici, insieme ad altri nodi che con la paga c’entrano poco. Nelle scuole mancano percorsi che facciano conoscere il mestiere e le sue possibilità: il 6% dei consulenti indica proprio la scarsa conoscenza della professione. Pesa il pregiudizio di un lavoro carico di scadenze e responsabilità. E sempre più ragazzi scelgono la carriera in azienda, percepita come più stabile. Nella prefazione la giuslavorista Orsola Razzolini, dell’Università di Milano, indica la strada: le organizzazioni degli studi «devono poter garantire nuovi equilibri tra indipendenza, sicurezza economica ed effettiva possibilità di bilanciare lavoro e vita personale».

Chi ha già cominciato

La consapevolezza cresce. Tra le priorità dei titolari la gestione dei collaboratori sale di 7 punti in un anno: il 22% la mette al primo posto, seconda solo all’efficienza dei processi. Già nel 2025 il 79% degli studi dichiarava difficoltà a trovare personale. E molti hanno cominciato a muoversi. Il 37% degli studi ha avviato iniziative per attrarre giovani collaboratori: academy interne, rapporti con scuole e università. Un altro 10% lo farà a breve. Tra gli studi con più di 20 collaboratori la quota sale al 77%: il 65% è già partito, il 12% si sta organizzando. Come sempre, più fatica per i piccoli: nelle realtà fino a cinque collaboratori ha cominciato il 24%. Eppure anche uno studio di tre o quattro persone ha strumenti alla portata: un rapporto stabile con un istituto tecnico o un istituto tecnologico superiore, un tirocinio seguito davvero, un affiancamento per chi entra. È un percorso che le imprese conoscono bene: chi si struttura prima arriva prima ai giovani.

Meno carte, più consulenza

C’è poi un elemento che può cambiare la percezione del mestiere. Il 45% dei consulenti applicherebbe l’intelligenza artificiale alla consulenza normativa, il 38% all’automazione delle attività ripetitive. Le norme che oggi spaventano i ragazzi possono pesare meno e lasciare spazio alla parte più interessante del lavoro. A una condizione: che il tempo liberato non tolga ai giovani il primo gradino su cui imparare, ma li porti prima verso il lavoro di valore. Il report descrive una professione che vuole passare da gestore di adempimenti a consulente d’impresa e specialista delle persone. È un’immagine molto più vicina a ciò che cerca la Generazione Z. Lo confermano le competenze più difficili da trovare: consulenziali (48%) e normative (39%) prima di quelle digitali (13%), terreno su cui i giovani partono avvantaggiati. Il report lo dice chiaramente: il professionista non deve diventare un esperto di algoritmi, ma un utilizzatore consapevole. Un ventenne che entra in studio con dimestichezza digitale può essere una risorsa anche per chi lo accoglie.

Il Delta Navigator

Per uno studio, come per un’azienda, le domande diventano precise. Chi accompagna il giovane nei primi mesi. Se il percorso di crescita è scritto o resta implicito. Quanto conta il tempo personale. Quanto tempo passa tra il colloquio e la risposta. Per capire dove il percorso si interrompe, l’Osservatorio mette a disposizione il Delta Navigator, questionario gratuito di autovalutazione che si richiede a [email protected]. Vale per le imprese di ogni dimensione e per gli studi che vogliono continuare a crescere insieme ai giovani.

Per approfondire il tema del rapporto tra aziende e Generazione Z: Osservatorio Delta Index e Skillherz

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