Celentano, un mito
che non tramonta

Sessant’anni di successo: dal maggio 1957, quando si esibisce al Primo Festival del Rock and Roll, Adriano Celentano è ancora, per molti, idolo intramontato. A dieci anni esatti dal suo «Adriano Celentano. 1957-2007» (Editori Riuniti, 2007), Sergio Cotti, giornalista, collaboratore de «L’Eco di Bergamo», ha dedicato al molleggiato un libro che è continuazione, integrazione, aggiornamento del primo: «Adriano e Celentano. Un po’ artista, un po’ uomo» (Arcana Editrice, pp. 336, euro 19,50).

Cotti, qual è il segreto di tanta longevità artistica?

«Come dice il suo batterista storico, Gianni Dall’Aglio, Adriano si è creato una linea di credito negli anni Sessanta, che poi ha saputo sfruttare e mantenere nei decenni successivi. Diventa un personaggio enorme con l’arrivo del Rock & Roll. Poi ha saputo aggiornarsi e trasformarsi. Si pensi al Celentano ecologico de “Il ragazzo della via Gluck” (1966) o de “I mali del secolo” del ’72. Poi è forse l’unico che in sessant’anni ha saputo crearsi tre carriere parallele, tutte di grande successo: canzone, cinema, televisione. Tra fine anni Settanta e inizio Ottanta era campione ogni volta al botteghino. Da Fantastico, nel 1987, inizia il successo televisivo. È sempre riuscito, grazie al suo carisma, ad avere carta bianca, a creare un’aura di attesa attorno a tutte le sue partecipazioni, il che gli ha consentito di restare sulla cresta dell’onda».

Tutto senza avere una solida cultura di base. Lui stesso si autodefinisce «Il re degli ignoranti». Il popolo si identifica con lui?

«Probabilmente sì. Non c’è molta differenza fra il personaggio e l’uomo. Lui è una persona assolutamente semplice, naïve, molto curiosa. Poi monta questa corazza di predicatore quando va in tv. Fondamentalmente parla come la gente. È stato forse il primo a dire in tv quello che pensava - nell’87 ancora nessuno faceva qualcosa di simile alle sue prediche -, la gente lo ha seguito perché tirava fuori quel “politicamente scorretto” che nessuno aveva il coraggio di tirar fuori. È stato premiato con gli ascolti, e per questo la Rai lo ha chiamato e richiamato».

La sua impressione?

«Che sia abbastanza scollato dalla realtà. Si è isolato in questo suo paradiso, o prigione dorata, come dice Mogol, di Galbiate. Però, da persona curiosa qual è, riesce sempre ad essere anche un precursore».

Quando è uscito con «Chi non lavora non fa l’amore», com’è che non ci sono state reazioni violente da parte di certa classe operaia?

«In quegli anni aveva una forza formidabile. Era un grande punto di riferimento. È forse uno dei pochi visionari naïf sulla scena, comunque sempre estremamente attuale».

In questo suo enorme successo, quanto conta la faccia tosta, la super-sicurezza di sé, la leadership naturale?

«Tanto. Inizia la carriera nel ’57. Nel ’61 fonda il Clan, la sua etichetta discografica. Dal ’62 al ’68 era veramente un Clan, un gruppo che gli lavorava attorno. Lui era il Capo con la “C” maiuscola. Il fatto di avere avuto un successo sfolgorante lo ha sempre messo al top».

È un po’ «O comando io o niente»?

«A livello artistico funziona un po’ così. A livello personale, chi è sempre rimasto con lui, per lui sarebbe pronto a fare qualsiasi cosa».

Lei parla di «attitudine a circondarsi di poche persone fidate»: amici o gregari?

«Ha duettato, in tv, anche con dei grandi, Mina in testa. Ha bisogno di amici più che di gregari. Si deve attorniare di collaboratori che non siano solo tali, ma anche amici. Penso al Clan anni Sessanta, più recentemente a Mogol o Gianni Bella. Con Jovanotti hanno un gran rapporto. Con tanti musicisti e arrangiatori magari ignoti al grande pubblico ha sempre questa voglia/necessità di crearsi un gruppo. Quello che gli manca nella vita di tutti i giorni».

Il suo periodo più fulgido?

«Sicuramente gli anni Sessanta. Poi un altro suo grande periodo è tra fine anni Settanta e primi Ottanta, quando alle canzoni ha coniugato film di successo clamoroso. Un Checco Zalone o un Pieraccioni di allora, da Il bisbetico domato a Mani di velluto».

Stiamo agli anni Sessanta: come mai c’era bisogno di una mediazione italiana per importare il Rock and Roll?

«L’America ai tempi era avanti anni. Non c’erano, o erano pochissimi, i giornali o i media che ne parlassero. Lui lavorava come orologiaio dal fratello. Un amico di quest’ultimo, appena arrivato dagli Usa, gli porta un disco. Lui si mette a cantarlo e suonarlo. Così ha portato il rock in Italia: da un disco regalatogli da conoscenti del fratello. Era inimmaginabile, sessant’anni fa, la velocità che c’è adesso, la distribuzione praticamente in contemporanea in tutti i continenti. Lui ha saputo, dallo scimmiottare il Rock americano, nell’arco di un paio d’anni, metterci del suo: 24.000 baci o Il tuo bacio è come un rock sono scritte per lui, non sono riscritture di canzoni americane. All’inizio ha tradotto, poi ha preso il suo filone e anche questo gli ha dato successo in Italia».

Quanto c’è di spontaneità e quanto di strategia?

«La strategia a livello commerciale ce l’ha. Sa come annunciarsi, farsi aspettare, montare l’attesa, dettare i tempi, non solo della pause, ma anche per l’uscita di un disco, film, trasmissione. Poi chi lo conosce veramente rimane anche un po’ deluso, nel senso che, negli ultimi vent’anni, dice un po’ sempre le stesse cose. In questo senso ci fa molto. In quello che dice, invece, ci crede veramente. Ci è. Quando invita a scrivere “La caccia è contro l’amore” sulle schede elettorali, si caccia in un pasticcio, subisce anche un processo, ci crede eccome. Per otto anni ci siamo sentiti quasi tutte le settimane. Lui è così, uguale. L’unica differenza è che, quando ti parla al telefono o dal vivo, non fa le pause».

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