Don Chisciotte  libera tutti

Don Chisciotte
libera tutti

Enrico Lodi, docente di letteratura e storia della linguia spagnola a Pavia:« L’eroe è un personaggio dinamico, si sposta molto lungo la cartina del paese.

Spagna unita da secoli prima di noi: dal 1469, quando un matrimonio «dinastico» abbracciò popoli e territori dei due regni maggiori, Castiglia e Aragona. Eppure travagliata da una dialettica tensiva, assai più grave della nostra, fra spinte centripete e centrifughe, forze unioniste e secessioniste. Prima i baschi, oggi i catalani. Come si radica e vive questa dialettica nell’ immenso serbatoio dell’ immaginario culturale iberico, fra miti unificanti, pan-spagnoli, e tradizioni regionali e regionaliste? Ne parliamo con Enrico Lodi, docente di Letteratura, Lingua, Storia della lingua spagnola, all’ Università di Pavia, traduttore dallo spagnolo, curatore di testi di importanti autori della letteratura del Novecento, come Miguel de Unamuno e Ramón del Valle-Inclán.

«Anche per chi se ne occupa, la cultura spagnola colpisce per il forte senso di coesione nazionale e comunitaria che riesce a trasmettere. Il suo è un territorio esteso, fatto di paesaggi umani, linguistici e ambientali molto diversi tra loro, eppure sempre presenti alla propria appartenenza spagnola. Dagli scenari quasi onirici dell’ Andalusia, con i vasti uliveti e le architetture arabe, alle praterie verdi del Nord, dove persiste l’ impronta celtica e si sente forte una vocazione atlantica, la Spagna raccoglie elementi così diversi che riesce difficile non pensare a una necessaria frammentazione. E invece è proprio in questa diversità che la cultura spagnola ha saputo sempre riaffermarsi come un universo definito, che trae dalla differenza la propria forza unitaria. Il capolavoro di Cervantes, il Don Chisciotte, è uno dei massimi esempi di questa dialettica».

Proprio Don Chisciotte è uomo della Mancia, dunque del centro della Spagna. Si può considerare come simbolo del potere madrileno? È più simbolo della Castiglia o di tutta la Spagna?

«Il Don Chisciotte nasce come romanzo “centralista”. Prima ancora di collocarsi al centro della Spagna, nella regione della Mancia, dialoga con un altro importante centro: quello della tradizione cavalleresca europea. Il suo protagonista era un lettore accanito di romanzi d’ arme e d’ amori, per dirla con Ariosto. Furono proprio questi a fargli perdere il senno. Poi, però, come accade nella migliore tradizione culturale spagnola, il nuovo dialoga con la tradizione, la periferia si mette in relazione con il centro. L’ alto con il basso. Lì risiede il tratto rivoluzionario dell’ opera. Don Chisciotte è un personaggio dinamico, e si sposta anche fisicamente sulla cartina spagnola. Inizia lottando contro i mulini a vento, emblema del paesaggio castigliano, ma finisce per passare anche da Barcellona, di cui ammira la vocazione alla solidarietà. Lì, per la prima volta, lui e Sancio vedono il mare. Anche il grande filosofo e scrittore Miguel de Unamuno, sempre tormentato dalle contraddizioni dell’ identità, trovò sempre nel Chisciotte un caposaldo per le sue riflessioni sul casticismo, ovvero su quel concetto intraducibile che cerca di abbracciare l’ essenza della Spagna».

Il correlativo urbano della Mancia di Don Chisciotte è senza dubbio Madrid. Esiste un dualismo tra la capitale e le diverse periferie spagnole?

«Madrid è il centro politico, culturale e -non dimentichiamolo- anche geografico di Spagna. In questo senso essa è stata sempre riferimento obbligato. Per secoli, i grandi artisti e scrittori spagnoli, anche quelli originari delle regioni più lontane, hanno sentito la necessità di passare da Madrid, di formarsi nella capitale. Uno dei più grandi e dei più amati poeti spagnoli, Antonio Machado, la chiamò “Rompeolas de todas las Españas” [frangiflutti di tutte le Spagne]. Machado scrisse quelle parole in un momento storico speciale: era il novembre del 1936, la guerra civile era iniziata da pochi mesi e già le truppe franchiste accerchiavano Madrid, consapevoli della sua importanza strategica e morale per vincere la guerra. Di lì a poco, gli amici di Machado, tra cui i poeti León Felipe e Rafael Alberti, lo avrebbero convinto a fuggire. Ed è curioso -e commovente- pensare alla vita di quell’ uomo, maestro elementare nato nel Sud della Spagna, che passò gli ultimi giorni di agonia proprio in una Catalogna assediata dall’ avanzata delle truppe franchiste, per poi morire poco oltre il confine, nella cittadina francese di Collioure. Sembra quasi un monito contro le insidie delle spinte particolariste».

Ci sono luoghi comuni, caratteristiche identificative dei due blocchi, come in Italia (Milano/Nord capitale morale, polo del lavoro, operosità, impresa, dinamismo, Europa; Roma/Sud polo levantino, ozioso, statalista, scroccone, bizantino, inefficiente, mediterraneo «Per quello che si è detto, un paragone tra Italia e Spagna sarebbe forzato, anche se è vero che balzano all’ occhio alcune analogie: Madrid e Barcellona, come Roma e Milano, sono le prime due città spagnole; Madrid è sede del potere politico, e quindi si trascina addosso anche il peso dei luoghi comuni legati al centralismo; Barcellona, un po’ come Milano, è una città più votata all’ imprenditoria, per quanto, a differenza del capoluogo meneghino, non sia capitale finanziaria (la sede principale di contrattazione è a Madrid)».

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