Carcinoma al fegato  Non c’è solo il bisturi
Tumori, la prima diagnosi viene effettuata quasi sempre con la Tac

Carcinoma al fegato

Non c’è solo il bisturi

Patologia molto diffusa nella Bergamasca, deve essere diagnosticata in modo assai precoce.

Si chiama epatocarcinoma ed è una degenerazione neoplastica delle epatiti croniche B e C. In termini più semplici si tratta di un’epatite cronica di tipo B o C che degenera prima in cirrosi per poi diventare un tumore. Questo particolare patologia che colpisce il fegato è oggi ancora particolarmente diffusa e colpisce soprattutto la popolazione maschile, in particolare chi fa abuso di alcol. A livello statistico si è constatato un incidenza maggiore nella popolazione con più di 50 anni. Fino a qualche anno fa in bergamasca si riscontrava una diffusione di epatocarcinoma motto più alta rispetto alta media nazionale. Ora, fortunatamente, la situazione è migliorata, ma si tratta comunque di un tumore che resta diffuso e che deve essere diagnosticato in modo precoce per evitare in seguito un intervento eccessivamente invasivo per il paziente.

Sergio Pesenti

Sergio Pesenti

«L’epatocarcinoma si può presentare in due forme: quella unica o quella polifocale. Nel caso della forma unica si può trattare in modo più facile ed efficace rispetto alla forma polifocale. Oggi, grazie alta tecnologia e alle continue scoperte in ambito medico — spiega il dr. Sergio Pesenti, Responsabile delI’Unità operativa di Radiologia e diagnostica per immagini del Gruppo Habilita — è possibile intervenire anche con modalità poco invasive ed altamente efficaci: nel tempo si sono sviluppate metodiche sistemiche e mini-invasive alternative alta chirurgia tradizionale: tra queste oltre alla chemioembolizzazione troviamo l’alcolizzazione eco- guidata e la termoablazione (radio-frequenza) ecoguidata. In entrambi i casi è sufficiente inserire un ago o un elettrodo sotto guida ecografica (poco più di una biopsia) per raggiungere la zona interessata e quindi procedere con la distruzione locale del tumore».

Entrambe le tecniche possono essere adottate però solo quando la diagnosi dell’epatocarcinoma è stata precoce e il tumore non ha avuto il tempo di espandersi. «In questi casi - prosegue Pesenti - la prima diagnosi viene effettuata quasi sempre con la Tac: è infatti un esame decisivo e finale per la diagnosi delle forme tumorali. Grazie alla tecnologia noi radiologi siamo il principale supporto dell’epatologo e del chirurgo. Il nostro aiuto si sviluppa su due piani: quello della diagnosi precoce e quello del controllo a distanza delle terapie. Un altro strumento utile per diagnosticare la possibile presenza di un tumore è la risonanza magnetica con e senza contrasto dell’addome superiore. Anche questa indagine ci fornisce un risultato finale estremamente affidabile. Il passo successivo, quando il radiologo si esprime in modo netto e deciso è quello della terapia. In caso di persistente dubbio si passa invece al prelievo delle cellule tramite un agobiopsia ecoguidata che è decisamente poco invasiva e non ha complicanze. Si prelevano alcune cellule e una piccola porzione di tessuto, poi analizzato per avere quindi la diagnosi certa».

«Come spiegavo all’inizio, oggi la tecnologia ha ottenuto risultati molto importanti e permette quindi di proporre delle valide alternative all’intervento chirurgico che prevedeva l’asportazione di un segmento o di un lobo del fegato. Grazie alla diagnosi precoce, infatti, si possono effettuare interventi con tecniche miniinvasive per l’epatocarcinoma o per le metastasi (nel caso in cui siano poco numerose). Parliamo di lesioni che hanno una dimensione che può arrivare fino a 2,5 centimetri. Tenete presente che la diagnosi precoce permette l’individuazione di un tumore a partire da una dimensione di 5 millimetri. Una volta effettuato l’intervento è comunque necessario sottoporsi a verifiche e controlli con la Tac o con la Risonanza Magnetica con contrasto. Nel fegato - conclude Sergio Pesenti - la lesione sarà comunque ancora presente, ma possiamo paragonarla ad una cicatrice e quindi definirla inattiva. In questo caso possiamo quindi parlare di recessione dell’epatocarcinoma».

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