La malattia renale cronica Prevenire, curare, guarire
Emilio Giulio Galli

La malattia renale cronica
Prevenire, curare, guarire

È un organo complesso che ci consente di avere un corretto bilancio idrico nel nostro organismo.

Il rene è un organo complesso ed alcune sue funzioni non sono note alla maggior parte della popolazione. Con Emilio Giulio Galli, direttore dell’Uoc Nefrologia e Dialisi dell’Asst Bergamo Ovest, proviamo a spiegare cos’è il rene, quali possono essere le patologie che lo colpiscono e le terapie tradizionali o innovative.

«Il rene - spiega - è l’organo che ci consente d’avere un bilancio idrico corretto: elimina la quantità d’acqua in eccesso, la risparmia quando vi è una carenza, mantenendo così una corretta idratazione corporea. Inoltre, contribuisce alla regolazione della pressione arteriosa, alla produzione di ormoni (es. l’eritropoietina che stimola il midollo osseo a produrre globuli rossi), mantiene in equilibrio il potassio nel sangue, il sodio, il calcio ed il fosforo, completa l’attivazione della vitamina D ed elimina alcuni farmaci. Ma, soprattutto, elimina dall’organismo le scorie dei processi metabolici. Senza questa funzione, nel sangue si accumulerebbero sostanze con un comportamento simile a «sostanze tossiche». Quest’ultima funzione è quella che risulta diminuita od assente nella malattia renale cronica».

Ma quanto è diffusa questa patologia? «È stimabile che nella popolazione adulta circa 7,5 individui su 100 abbiano un grado d’insufficienza renale, cioè una funzione renale dimezzata - o più che dimezzata - rispetto alla norma. In alcune fasce di popolazione, colpite da particolari patologie, la percentuale è più alta: il 65% degli ipertesi, il 35% dei diabetici ed il 25% degli obesi. Riferendoci alla popolazione della nostra regione: circa 800.000 adulti sono affetti da malattia renale cronica».

Ma si può prevenire questa malattia? Alcune malattie hanno delle terapie che possono dare remissione o totale guarigione. Altre, come la nefropatia diabetica, sono croniche. Negli ultimi anni, grazie ad alcuni farmaci usati per l’ipertensione arteriosa ed allo stretto e continuo controllo dei fattori che possono far progredire l’insufficienza renale, si riesce a rallentare di molti anni la progressione della malattia che ha come termine la dialisi e il trapianto renale.

Più di 30 anni fa un paziente giungeva in Nefrologia a malattia già avanzata e dopo pochi anni entrava in dialisi. Oggi, grazie a semplici esami come la microalbuminuria - che è un segno precoce di danno renale,prima ancora che compaia l’insufficienza renale -, si ritarda anche di 20 anni l’ingresso in dialisi.

Quali sono i fattori che possono rallentare il progredire della malattia renale? I più importanti sono un buon controllo pressorio, una glicemia controllata nel diabetico, colesterolo e trigliceridi normali, un livello di acido urico normale. Non dimentichiamo che anche lo stile di vita: non fumare, usare poco sale in cucina, fare attività fisica regolare, limitare il consumo di bibite edulcorate. Ma se la malattia renale progredisce, si arriva in dialisi. Anni fa si moriva per un semplice blocco renale; oggi con la dialisi si sopravvive e, nella maggior parte dei casi, la qualità di vita è dignitosa.

Esistono due tipi di dialisi. La più diffusa è l’emodialisi. Il paziente si reca in Ospedale tre volte la settimana; qui, per circa 4 ore, una macchina «pulisce» il sangue dalle scorie accumulate e toglie i liquidi in eccesso. Vi è poi la dialisi peritoneale che il paziente esegue al proprio domicilio attraverso dei lavaggi della cavità addominale utilizzando un liquido speciale. Quest’ultima metodica, più soft, meno invasiva e più semplice, permette un recupero sociale molto più efficace rispetto all’emodialisi.

Infine ci sono i Trapianti. È la terapia più completa e risolutiva per la malattia renale. In provincia di Bergamo il punto di riferimento è l’ASST Papa Giovanni XXIII, a cui affidiamo i nostri pazienti per il trapianto. Ogni singolo centro, come il nostro servizio, provvede all’immissione in lista d’attesa e nella presa in carico dopo il trapianto dei propri pazienti.


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