Lotta contro il tumore al seno La prevenzione comincia a 20 anni
Una donna di sottopone a una mammografia

Lotta contro il tumore al seno
La prevenzione comincia a 20 anni

Massimo Grassi, responsabile dell’Unità operativa di Senologia di Humanitas Gavazzeni: «A questa età è doveroso eseguire un controllo supportato anche da una ecografia».

È recente l’approvazione di una delibera della Regione Lombardia (porta la data del 29 aprile scorso), con la quale si indicano le caratteristiche necessarie ai Centri di senologia per poter far parte della rete regionale e, quindi, poter trattare la patologia mammaria. Tra i centri che hanno queste caratteristiche c’è anche Humanitas Gavazzeni che da tempo ha approntato una modalità di lavoro di Breast Unit, vale a dire di lavoro in equipe multidisciplinare. Di questo fondamentale e indispensabile approccio nei confronti del tumore al seno, parliamo con il dottor Massimo Grassi, responsabile dell’Unità operativa di Senologia di Humanitas Gavazzeni.

Oggi la medicina non può prescindere dall’unire competenze per dare risposte ai pazienti. È questo il senso della Breast Unit?

«Assolutamente. La nostra unità di Senologia è inserita in un ambito multidisciplinare, la Breast Unit, dove un insieme di professionisti, con competenze diverse, affrontano e risolvono al meglio i problemi della patologia mammaria. In Humanitas Gavazzeni già dal 2011 abbiamo costituito un gruppo interdisciplinare di cui fanno parte chirurghi senologi, oncologi, radioterapisti, radiologi, medici nucleari, psicologi, chirurghi plastici. Ci incontriamo periodicamente e organizziamo i percorsi e le modalità di gestione delle pazienti affette dalla malattia».

Esiste da qualche mese in Humanitas Gavazzeni un percorso ambulatoriale dedicato alle pazienti «ad alto rischio». È una percentuale in crescita?

«C’era l’esigenza di creare un ambulatorio dedicato. Circa l’8, 9% dei tumori della mammella sono infatti ereditari e sono una nuova area importante di patologia. La presenza di familiarità non significa automaticamente la sicurezza di sviluppare un tumore, ma è certo che queste donne devono essere seguite con un follow-up molto stretto. Le analisi e gli esami eseguiti nell’ambito dell’ambulatorio per pazienti donne ad alto rischio sono finalizzate alla verifica delle mutazioni dei geni noti che predispongono ai tumori della mammella e dell’ovaio».

I dati sul tumore al seno negli anni registrano un calo costante della mortalità.

«Non ci stancheremo mai di dire che una diagnosi precoce porta ad un approccio più conservativo, curativo, e quindi ad una diminuzione della mortalità. Un tumore diagnosticato in fase precoce con caratteristiche biologiche buone ha una sopravvivenza superiore al 95%».

La parola d’ordine è ovviamente prevenzione.

«Gli screening e le campagne, che nel nostro territorio danno ottimi riscontri contribuiscono a sensibilizzare sul tema, ma anche la conoscenza diagnostica ha dato un importante contributo e in presenza di malattia ha migliorato la sopravvivenza. Ecografia, mammografia, tomosintesi, risonanza magnetica ci permettono di individuare quelle lesioni sempre più piccole e quindi più facilmente curabili».

Nel caso si individui un nodulo sospetto, quale è il percorso?

«Una volta che l’indagine strumentale individua un nodulo sospetto, il primo passo è l’accertamento istologico che permette di dare quello che io definisco “un nome e un cognome” alla malattia. Quindi incontriamo e parliamo con la paziente per decidere insieme l’approccio terapeutico che può essere chirurgico o una terapia neo adiuvante pre operatoria. Dopo l’atto operatorio, nella riunione multidisciplinare della Breast Unit, si decide l’approccio terapeutico migliore per la paziente».

Esiste una età specifica in cui iniziare i controlli?

«Non esiste una età specifica, esiste sicuramente un’anticipazione importante degli esami clinici e diagnostici se siamo in presenza di una familiarità. Credo comunque che una prima visita clinica attorno ai 20 anni sia doverosa, supportata da un’eventuale ecografia. Non tutte le mammelle sono uguali, hanno morfologie diverse e quindi il percorso va adattato alla singola donna».


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