L’autunno demografico non fa ripartire l’Italia
Il reparto di ostetricia di un ospedale (Franco Silvi/Ansa)

L’autunno demografico
non fa ripartire l’Italia

In Italia nel 2015 il tasso di fecondità è stato di 1,35 figli per donna: ci sono stati 485.780 nuovi nati, diciassettemila in meno rispetto al 2014, e 647.571 morti. Negli ultimi sette anni si sono registrate novantamila nascite in meno, mentre il 15 per cento delle coppie non riesce ad avere figli. Il «Fertility Day» (chissà perché un’iniziativa governativa dev’essere chiamata in inglese, anziché in italiano) ha riportato l’attenzione su questi dati, benché la stampa sia stata più attratta dalla polemica sull’infelice dépliant promozionale.

Non è vero che le donne italiane non desiderano avere figli: ne vorrebbero almeno due. Mancano, però, le politiche a favore dei genitori, in materia di occupazione, di casa, di asili. Un provvedimento temporaneo come il bonus bebè non basta. I demografi spiegano che siamo sotto la «soglia di sostituzione» da troppo tempo. Che cosa significa? Quando il numero medio di figli per donna scende sotto il 2,1, si riduce la forza lavoro e, con essa, l’innovazione e la competitività. Gli anziani sono più numerosi dei giovani, mentre aumentano le spese sanitarie cui bisogna far fronte, con per di più un minor gettito proveniente dal mondo produttivo. Lo stato sociale si inceppa, perché il sistema pensionistico deve far fronte a più pensioni pagate da una base sempre più ristretta di lavoratori. Non solo: ci sono importanti conseguenze politiche. Se l’elettorato è formato soprattutto da anziani, si baderà più alle loro esigenze, con costi gravanti sulle nuove generazioni. Si tuteleranno le rendite, prestando un’attenzione insufficiente allo sviluppo e al progresso. Si restringe l’orizzonte temporale: si guarda all’oggi, così come è fisiologicamente portato a pensare un elettorato anziano, e non al domani. Insomma, si finisce in un vicolo cieco. Non si riparte. L’Italia è sotto la soglia di sostituzione dal 1976: quarant’anni fa. Di conseguenza è già da tempo ridotto anche il numero delle donne feconde.

Se il Paese è ancora (per quanto?) annoverato tra le nazioni più sviluppate, lo deve alla forte crescita economica e tecnologica, avvenuta tra gli anni Cinquanta e Settanta del Novecento, accompagnata dall’aumento demografico registratosi fino ai primi anni Sessanta. Ora il declino demografico sta deprimendo il Paese. Non si investe più sul futuro. Pesano il precariato lavorativo, le difficoltà nel conciliare famiglia-lavoro, la sbilanciata ripartizione dei carichi domestici tra uomo e donna, la tendenza a privilegiare la realizzazione personale e professionale. Ma anche – rileva giustamente il «Piano nazionale per la fertilità» – fenomeni, propri di tutto il mondo occidentale, come la crisi dei valori tradizionali, il ripiegamento narcisistico e i comportamenti adolescenziali di troppe giovani coppie. Nessuno ha la ricetta pronta in tasca. Ma urge cambiare rotta: sono in gioco il futuro degli italiani e dell’Italia.


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