Il mondo della moda piange Fiorucci Raccontò: «Tutto partì dalle ciabatte»

Il mondo della moda piange Fiorucci
Raccontò: «Tutto partì dalle ciabatte»

Il mondo della moda perde Elio Fiorucci, lo stilista-imprenditore milanese che nel periodo della contestazione giovanile, tra gli anni ’60 e ’70, aveva portato la sua rivoluzione nei costumi, immettendo lo spirito londinese nel gusto italiano e facendone un mix nuovo apprezzato in tutto il mondo.

La sua lungimiranza lo aveva portato negli ultimi tempi ad interessarsi alla salvezza del pianeta, agli sprechi, alla salvaguardia di natura e animali. Classe 1935, Fiorucci, 80 anni compiuti il 10 giugno scorso, è deceduto probabilmente domenica sera o in nottata, colpito da un malore. Lo ricordiamo così in un’intervista rilasciata a Fabiana Tinaglia nel 2013.

«Sono il penultimo di cinque fratelli, loro erano quelli bravi, quelli che da scuola portavano i voti migliori. Io scaldavo il banco. A 17 anni a mio padre bastò una semplice frase: “Non penserai di vivere senza lavorare”». Elio Fiorucci parte da qui per raccontare un impero nato dalla creatività, dall’intuito «e soprattutto dall’essere al posto giusto nel momento giusto, incontrando persone che hanno rivoluzionato la mia vita e quella di molti altri».

Elio Fiorucci

Elio Fiorucci

Elio 17enne finisce così nel negozio di pantofole del padre e ci mette subito la sua verve: «Ho preso le ciabattine di gomma che avevamo in negozio e nell’incrocio ci ho applicato delle margherite di plastica che avevo scovato a Torino. Sempre con questi fiori ho realizzato dei bijoux, orecchini e spille coloratissime». Carico di nuove idee, il ragazzo si presenta alla redazione di «Amica»: «Mi incontrò una giornalista: rimase incuriosita dalle creazioni, mi disse che avrebbe usato i miei accessori per un servizio estivo – racconta -. Io non le diedi molto peso ma lei mantenne la promessa ed è stato così, quasi per caso, che ho trovato il mio nome in copertina. Così è nato il mio marchio».

Fiorucci non sta con le mani in mano e viaggiare diventa il suo nuovo approccio alla maturazione delle idee: «Le intuizioni arrivano dopo Londra e dopo le esperienze vissute in quella che era davvero la città del momento: era al centro di una rivoluzione del costume – spiega -, il punto di riferimento per scovare novità». Fiorucci scopre Biba. «Non era uno shopping, era un’esperienza. Barbara Hulanicki, la sua proprietaria, aveva iniziato nei primi anni Sessanta con una piccola vendita per corrispondenza di abiti dal gusto fresco e dai prezzi imbattibili. Li disegnava lei, che lavorava come illustratrice per giornali di moda». Un successo travolgente che fu lanciato da personaggi-icona tra cui Twiggy. Mentre tutti ancora copiavano la minigonna di Mary Quant, lei proponeva abiti anni Venti e scialli edoardiani, tra velluti e satin neri, seppia, prugna e rosa cipria. Tornare a Milano e aprire Fiorucci fu così il naturale percorso dopo quanto respirato a Londra. Siano nel 1967 e quello di San Babila è il primo concept store italiano: era un luogo dedicato ai giovani e non era solo un negozio. Coinvolgeva tutti i sensi, «era un’esperienza multisensoriale e qui confluivano mondi lontani, portati dalla mia passione per il viaggio». C’erano pezzi di design, musica d’avanguardia, oggetti esotici ed etnici, profumi intensi, alle pareti opere d’arte moderna: «Cercavo di capire cosa piaceva alla gente e pensavo cosa piacesse a me: a me piaceva e piace stare insieme alla gente».

Elio Fiorucci - negozio in viale Vittorio Veneto a Milano

Elio Fiorucci - negozio in viale Vittorio Veneto a Milano

Il concept store di New York arriva nel 1977 ed è qui che Elio Fiorucci conosce Andy Warhol, che sceglie la vetrina del milanese per il lancio del giornale «Interview». «Mi aveva detto che gli era piaciuto il negozio perché era tutto colorato e di plastica – ricorda -. Non dimenticherò mai Andy e Truman Capote mentre firmano nel mio negozio copie della rivista e di un libro che avevano prodotto insieme». Poco dopo sarà proprio Fiorucci a organizzare l’opening dello «Studio 54». «Eravamo diversi ma c’era grande affinità: lui mi diceva sempre: “I miei colori sono le luci di New York”. Io gli rispondevo: “I miei quelli della campagna”». Poi ancora un ricordo: «Andy parlava pochissimo e tendeva ad ascoltare. Registrava tutto, minuti e minuti di racconti e riflessioni che poi sbobinava meticolosamente. Era il suo modo di fermare i ricordi. Alle domande ti rispondeva a modo suo. Due mesi dopo avergli raccontato della mia infanzia in campagna, mi arrivò un invito per una cena a casa sua: mi sarei aspettato un appartamento iper-moderno, e invece si era circondato di quadri e mobili dell’Ottocento, nature morte, quadri rappresentanti paesaggi agresti. Quell’invito fu il suo modo di rispondere alla mia passione per la natura che non pensavo fosse corrisposta».

È sempre Andy che presenta Keith Haring a Fiorucci, un giorno alla Factory. «Appena lo conobbi, capii che era un ragazzo talentuoso nascosto nell’ombra di una riservatezza estrema. Gli proposi di venire a Milano con me, ma lui volle chiedere il consenso ad Andy. “Se te lo dice Elio devi andare” fu la sua risposta». Ed è proprio Fiorucci che porta Haring in Italia per la prima volta: «Siamo nel 1984 e Keith lavorò 24 ore su 24 per decorare il negozio di San Babila». Fu il primo caso di arte «aperta» al pubblico, giorno e notte. «Keith diede corpo ad un happening no stop, lavorando per un giorno e una notte. I suoi segni “invasero” ogni cosa, le pareti ma anche i mobili del negozio, che avevamo svuotato quasi completamente. Fu un evento indimenticabile – ricorda Fiorucci -. Feci portare un tavolone, fiaschi di vino, bicchieri. La gente entrava a vedere Keith dipingere, si fermava a bere e a chiacchierare. Ventiquattr’ore di flusso continuo. In seguito, i murales sono stati strappati e venduti all’asta dalla galleria parigina Binoche».

Del resto a Fiorucci tante idee sono sempre frullate per la testa. Fu il primo a firmare una linea di occhiali, nel 1978, a inventarsi i jeans stretch, mescolando la lycra al denim. Era il 1982 e Fiorucci era a Ibiza: «Ero lì da una settimana e l’isola era popolata da comunità hippy: vedevo queste ragazze con indosso jeans aderenti, slavati dal sole e dai lavaggi, arricchiti da pezzi di stoffe indiane multicolor – racconta -. Tornato a Milano ho incontrato Mario Morelli, faceva il modellista per Valentino. Volevo rivoluzionare l’idea che i jeans fossero unisex, volevo creare una linea più femminile. Sulla scrivania tenevo rotoli di tessuto e avevo anche un rotolo di denim: era un materiale troppo duro, troppo da lavoro. Con Morelli pensammo di ammorbidirlo con la lycra e di cambiare la modellatura, portando il cavallo due centimetri più avanti, stringendo le gambe e i fondoschiena».

Una rivoluzione nei gusti, con la soddisfazione di sentir dire dal re del denim Calvin Klein: «I primi jeans fashion li ho visti da Fiorucci» commenta lo stilista, che ha un rammarico: «Se solo avessi brevettato l’idea. Resta il fatto che questi jeans sono nati dalla voglia di osare e di capire cosa volesse il pubblico: e la donna degli anni Ottanta voleva essere più femminile, anche vestita di denim».

Fiorucci fu anche il primo ad associare i personaggi Disney all’età adulta, con una linea di abbigliamento dove le felpe e le t-shirt con Topolino le indossava la donna, non solo la bambina: «Perché non bisogna mai smettere di sognare. Io sono un adulto di ancora 6 anni». Icone infantili sfoggiate dagli adulti. Pensiamo all’angioletto simbolo del marchio Fiorucci e al nanetto che ora rappresenta «Love Therapy», marchio nato nel 2003: «L’angioletto fu ideato dal designer Italo Lupi, io iniziai a stamparlo sulle t-shirt, infilate in scatole di metallo: fu un successo, in un anno a Milano ne vendetti 80 mila - ricorda -. Il nanetto arriva dalla mia fantasia, dai miei anni trascorsi da bambino in campagna».

E anche adesso che in campagna vorrebbe trasferirsi, non rinuncia alla moda: «Deve sorprendere ed emozionare. Abbiamo raggiunto un grande traguardo negli anni: la libertà di espressione e una liberalizzazione sempre più diffusa che ha permesso di superare i pregiudizi di un razzismo estetico. Ora è importante che la moda mantenga intatto quel territorio di libertà, sperimentazione, apparente anarchia». Perché la moda è stata negli anni rivoluzione, influenzando i percorsi culturali ed essendone influenzata: «La moda lancia messaggi, comunicando valori ed emozioni. Che solo in apparenza sembrano casuali, ma che forniscono un tracciato preciso dei nostri tempi».

E se i tempi sono difficili, spiega ancora Fiorucci, «possono essere illuminati dalle luci improvvise della genialità, stimolo per avviare cambiamenti». Come ai tempi delle zeppe in sughero di Ferragamo o del New Look di Dior: «Servono nuove intuizioni: la crisi non si risolve con rigide ricette economiche. Basta standardizzare, categorizzare: serve tornare a quello strano equilibrio di forma e sostanza, materia e spirito, forza e fragilità, cuore e cervello. Con il linguaggio sintetico di volumi, forme, colori e texture la moda deve continuare a comunicare, emozionando». Lui ne è ancora capace.


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