Coronavirus, il numero reale dei decessi
In Bergamasca 4.500 in un mese

È questo il risultato dell’analisi svolta da L’Eco di Bergamo e InTwig sui dati dei Comuni bergamaschi. Più del doppio rispetto ai 2.060 morti ufficiali. English version.

Quello che i numeri ufficiali non dicono. Non dicono che a marzo 2020 in provincia di Bergamo sono morte oltre 5.400 persone, di cui circa 4.500 riconducibili al coronavirus. Sei volte rispetto a un anno fa. Di sole 2.060, i decessi “ufficiali” certificati «Covid-19» avvenuti negli ospedali bergamaschi (dato aggiornato a ieri), conosciamo tutto: età, sesso, malattie pregresse. Nulla sappiamo degli altri 2.500. Molti sono anziani, morti nel letto di casa propria o nelle residenze sanitarie assistite. Nonostante i sintomi inequivocabili, come riportano le testimonianze di medici e famigliari, non sono stati sottoposti a tampone per accertare la positività alla malattia. Sul certificato di morte si legge solo «polmonite interstiziale».

Mentre i rappresentanti di Protezione civile e Regione Lombardia, sul palcoscenico quotidiano delle pagine Facebook, sciorinavano i numeri di contagi e tamponi, gli abitanti della provincia di Bergamo lanciavano il loro grido di dolore. Le fotografie con i mezzi dell’esercito che trasportano centinaia di bare e i necrologi pubblicati da L’Eco hanno fatto il giro del mondo, testimonianza del dramma che stanno vivendo tutti i bergamaschi. Anche i sindaci se ne sono accorti subito: «I dati ufficiali sono solo la punta dell’iceberg» - hanno detto il 17 marzo sulle pagine di questo giornale.

Ora sono i numeri, spietati, a confermare le sensazioni dei primi cittadini, che ieri a mezzogiorno hanno esposto le bandiere a mezz’asta e si sono raccolti in un minuto di silenzio per commemorare tutti i defunti, anche quelli che non rientrano nelle statistiche della Protezione civile.

Per accertare l’incremento di mortalità totale rispetto agli anni scorsi L’Eco di Bergamo e InTwig, agenzia di ricerca e analisi dati, hanno lanciato un’indagine tra i 243 Comuni bergamaschi a cui hanno risposto 91 amministrazioni, che rappresentano 607 mila abitanti, oltre il 50% della popolazione totale. Un riscontro importante, chiara volontà di fare luce su questo fenomeno. I dati ufficiali aggiornati a fine marzo consentono di fare una stima accurata di decessi e contagi distribuiti in tutte le aree della provincia. «Abbiamo confrontato il numero di decessi nei primi tre mesi di quest’anno con la media degli ultimi tre anni per verificare l’aumento di mortalità in provincia di Bergamo - spiega Aldo Cristadoro fondatore di InTwig e professore di «metodi digitali per la ricerca sociale» dell’Università degli Studi di Bergamo -. La nostra stima, molto accurata grazie ai dati ufficiali forniti dai Comuni, dice che nell’ultimo mese di marzo sono morte in totale oltre 5.400 persone di cui circa 4.500 riconducibili al coronavirus. Un dato destinato a crescere con il passare dei giorni, secondo l’andamento del contagio. La media degli ultimi tre anni è stata quasi 900».

La stima è possibile grazie a una proiezione che scorpora il territorio per ambiti e caratteristiche demografiche. «Abbiamo preso in considerazione le zone territoriali, l’età media di ogni Comune, la divisione in fasce d’età, gli ambiti estesi delle Agenzie di tutela della salute, oltre allo storico dei decessi - continua Cristadoro -. Sono stati considerati gli studi più recenti che applicano i tassi di letalità complessiva alla struttura demografica italiana. Le nostre stime, verificate sui dati reali dei decessi, si basano su un tasso di letalità dell’1,57% ricavato da un lavoro della New York University».

Un lavoro che consente di stimare in modo più preciso anche il totale dei contagiati in provincia di Bergamo e in tutte le aree territoriali. «Stiamo parlando di circa 288 mila persone, il 25,9% della popolazione, rispetto agli 8.803 accertati positivi a ieri - continua Cristadoro -. Dalla nostra analisi emerge che ovviamente la Valseriana, con il 45,5% della popolazione contagiata, è l’epicentro del contagio. Ma il virus ha colpito anche in Valle Brembana dove secondo le stime è stato contagiato il 45,7% della popolazione. I dati a disposizione confermano una maggiore incidenza del coronavirus nelle aree con un’alta percentuale di cittadini over 70. Come ricercatore posso dire che se avessimo avuto questi dati in tempo reale, sarebbe stato possibile fare un lavoro più capillare e dare evidenze più dettagliate, giorno per giorno, rispetto a quanto le istituzioni sono state costrette a fare nell’ultimo mese».

Un focus merita la città di Bergamo, dove solo a marzo sono morte 553 persone di cui solo 201 “ufficiali” Covid. «L’allarme che avevo lanciato insieme agli altri sindaci mi sembra fondato - spiega il sindaco di Bergamo Giorgio Gori -. Spero che si usino questi numeri per capire l’esatta dimensione del contagio e le conseguenti politiche che si vogliono attivare. La conoscenza dei dati è fondamentale per capire a che punto siamo e dove vogliamo andare per uscire da questa emergenza. Spero che siano analizzati e ne derivino indicazioni utili alla politica».

La tragedia che sta vivendo la provincia di Bergamo può insegnare molto all’Italia e al resto del mondo, dove il contagio è arrivato in ritardo, ma con la stessa forza devastante, se non peggio. Tutti i dati raccolti nei prossimi giorni saranno messi a disposizione di ricercatori e analisti per consentire uno studio approfondito sul caso Bergamo. Affinché non si ripeta.

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