Mortalità per coronavirus a Bergamo Ecco i profili più a rischio - Tutti i dati
Il pronto soccorso dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

Mortalità per coronavirus a Bergamo
Ecco i profili più a rischio - Tutti i dati

In provincia di Bergamo più colpiti gli uomini tra i 70 e i 79 anni. Solo il 26% sono donne. Ats: «Il sistema immunitario femminile è più forte».

Ogni giorno queste pagine raccontano il dolore che sta vivendo la provincia di Bergamo. Nomi, volti e storie di persone che non sono riuscite a sopravvivere al coronavirus. Famiglie lacerate dalla perdita dei propri cari, a cui non è possibile rivolgere nemmeno l’ultimo saluto. Uomini e donne, non numeri, come ribadiamo spesso. Solo i numeri però aiutano a capire l’andamento dell’epidemia, i contagi, i posti disponibili nelle terapie intensive, i guariti e purtroppo anche i decessi. Dati fondamentali per evitare gli sbagli commessi finora e per cercare di limitare il contagio il più in fretta possibile.

Tutti i giorni, intorno alle 18, l’assessore alla Welfare Giulio Gallera diffonde il bilancio di tutti i casi certificati dalle Ats lombarde e organizzati dalla Regione in report quotidiani. Alla stessa ora il capo della Protezione Civile, Angelo Borrelli, fa altrettanto con i dati di tutte le Regioni. Sono numeri attendibili? È bene dire che sono ufficiali, gli unici che possono essere analizzati. Fotografano però solo una realtà parziale, soprattutto in provincia di Bergamo, dove i tamponi sui sintomatici vengono eseguiti solo negli ospedali nonostante la portata del contagio sia molto più estesa. Lo stesso Borrelli, in un’intervista a Repubblica, ha spiegato che «il rapporto di un malato certificato ogni dieci non censiti è credibile».

Un’infermiera al lavoro al Papa Giovanni XXIII

Un’infermiera al lavoro al Papa Giovanni XXIII

«Sulla base dello studio sugli abitanti di Vo’ Euganeo, dove i 3000 abitanti del paese sono stati sottoposti a tampone, la grande maggioranza delle persone infettate da Covid-19, tra il 50 e il 75%, è completamente asintomatica - spiega il team del servizio epidemiologico di Ats Bergamo -. Un recente articolo su Nature (autrice Jane Qiu, University of New South Wales) ha analizzato una serie di dati sugli asintomatici non intercettati. È risultato che almeno il 60% dei contagiati non è sintomatico e, dunque, non è facilmente individuabile. Un rapporto appena pubblicato sulla rivista Science, condotto da scienziati dell’Imperial College di Londra e coordinato da epidemiologi della Columbia University a New York, stima che ci possano essere molto plausibilmente altri 5-10 casi non individuati. Questi casi si presentano in genere con sintomi più leggeri, ma potrebbero essere nel complesso responsabili di quasi l’80% di tutti i nuovi casi di infezione».

Secondo i dati a disposizione di Ats Bergamo l’andamento dei contagi sembra evidenziare un rallentamento. «Il trend della curva epidemica evidenzia un andamento ancora crescente dei casi positivi, ma il tasso di crescita, sulla base dei dati ufficiali di questi ultimi due giorni, mostra un auspicato rallentamento. È tuttavia ancora presto per comprendere se e in quali tempi si potrà prevedere la fase di appiattimento della curva, condizione preliminare alla fase di diminuzione. È fondamentale comunque ricordare che solo il rispetto rigoroso delle misure di separazione sociale potrà portare alla diminuzione consolidata dei contagi».

Con queste premesse è evidente la necessità di affidarsi a dati certi come quelli relativi ai decessi. Grazie a un leak di informazioni dei report di Regione Lombardia abbiamo analizzato tutti i dati dei positivi al «Covid-19» deceduti in provincia di Bergamo. Dai primi monitoraggi ufficiali a fine febbraio, fino a martedì 24 marzo, in Bergamasca sono morte 1.267 persone. È la provincia con il maggior numero di decessi in Lombardia e in tutta Italia. Già oggi, a mese di marzo non ancora concluso, il coronavirus supera la mortalità totale di marzo 2019, mese in cui sono stati registrati 886 decessi per tutte le cause.

La fascia d’età più colpita in Bergamasca - secondo i dati aggiornati a martedì 24 marzo - è quella tra i 70 e 79 anni con il 39,3% sul totale dei deceduti, contro il 37,8% della fascia 80-89 anni. Le percentuali si abbassano al 13% per la fascia 60-69 anni, 5,2% tra i 90 e i 99 anni, fino al 3,3% per i cinquantenni, l’1% i quarantenni e solo un caso dai 30 ai 39 anni. In provincia di Bergamo non si registrano casi di morte nella fascia da 0 a 29 anni. Analizzando i report ancora più a fondo è possibile confrontare l’andamento delle percentuali rispetto a una settimana fa per capire l’evoluzione dell’impatto sui contagiati. I numeri dicono che al 14 marzo la fascia d’età più colpita era quella 80-89 anni con 41,3% sul totale dei decessi, mentre la fascia 70-79 era al 36%. Con l’aumentare dei casi di morte quindi sembra che l’età media delle vittime si sia leggermente abbassata rispetto alla fase iniziale.

DATAVIZ

Una delle caratteristiche più evidenti è che il virus colpisce più gli uomini rispetto alle donne. In provincia di Bergamo il 73,2% delle persone che hanno perso la vita è di sesso maschile e il 26,7% femminile. «È quanto si è verificato pressoché in tutte le aree colpite dal coronavirus - spiega il team del servizio epidemiologico di Ats Bergamo -. Le donne si sono ammalate di meno, e quindi sono anche decedute di meno. I fattori che rendono ragione di questa differenza sono diversi e solo in parte conosciuti, ma gli scienziati convengono sul fatto che il sistema immunitario femminile sia più forte in generale».

Fin dalle prime conferenze stampa della Protezione civile ha fatto molto discutere la distinzione tra morti «con» il coronavirus e morti «per» il coronavirus, ponendo il dubbio sulle reali cause di morte delle vittime positive al «Covid-19». Diabete, problemi cardiocircolatori o tumori contribuiscono a rendere il quadro clinico più complesso, ma è indubbio che anche le persone già affette da malattie muoiono «per» il coronavirus. In provincia di Bergamo, secondo il report regionale, il 12% dei deceduti non aveva nessuna malattia pregressa, il 13% aveva già problemi respiratori, il 31% diabete, il 26% malattie oncologiche, l’81% cardiovascolari.

Una sala di terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

Una sala di terapia intensiva dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

Con i dati a disposizione, soprattutto con il dato dei contagi così approssimativo, il tasso grezzo di letalità del coronavirus in Bergamasca risulta molto alto. Secondo gli ultimi aggiornamenti è al 18,8%. Ats Bergamo prova a spiegare perché. «È opportuno ricordare che il dato di letalità si calcola come numero di decessi diviso il numero di soggetti accertati positivi. Quali possono essere i motivi di tale letalità maggiore rispetto al dato mondiale, pari a 3,4% (in incremento)? La scelta di concentrare l’utilizzo dei tamponi sui soggetti con sintomatologia grave ha creato, rispetto ad altri Paesi, un denominatore più basso, innalzando quindi il valore dell’indicatore. La popolazione italiana è tra le più anziane al mondo; poiché in Italia la letalità appare concentrata nella classi di età più avanzate, ciò giustifica in buona parte la differenza. Un’ipotesi sociologica evidenzia come sulla letalità possa influire la differenza nelle interazioni e nelle reti sociali tra diversi paesi, derivanti sia da cause culturali sia istituzionali e organizzative. In Lombardia, ed in particolare in Bergamasca, le interazioni intergenerazionali sono più frequenti: i giovani vivono insieme agli anziani e se ne prendono cura, oppure gli anziani vivono separatamente, ma hanno più contatti con i giovani, per esempio per aiutarli con i figli piccoli negli orari lavorativi. La vita sociale organizzata a livello comunale per favorire la socializzazione degli anziani può essere paradossalmente stata un fattore negativo in queste circostanze».


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Isaia Invernizzi Giornalista de L'Eco di Bergamo

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