Il vignettista del Giopì batte il Covid Ismaele a casa dopo 128 giorni: «Grazie»
Ismaele Grigolo con la figlia Laura

Il vignettista del Giopì batte il Covid
Ismaele a casa dopo 128 giorni: «Grazie»

Seriate, Ismaele Grigolo, 72 anni, è stato 128 giorni in ospedale: ieri la festa
per il ritorno in famiglia. «Grazie alle premure dei medici ce l’ho fatta».

Sorride, e gli si illumina il viso. Gli occhi pieni di gioia. Sereno, ha fatto il suo ingresso nel cortile dei Mirri in via Marconi a Seriate, ieri verso mezzogiorno, in auto con la figlia Laura, infermiera. È tornato a casa così, dopo più di quattro mesi, 128 giorni in ospedale, Ismaele Grigolo, 72 anni compiuti il 25 luglio. Il cortile brulica di persone, bambini, adolescenti e adulti. Ci sono addobbi, palloncini, striscioni, disegni, paste dolci e salate per il brindisi di bentornato. All’apertura del cancello applausi e abbracci: toccante quello alla moglie Gabriella e al figlio Stefano; gioioso quello ai nipotini Rachele, Edoardo, Davide. «Siediti, non stancarti», le premure della moglie. Il coronavirus li ha colpiti duramente. «Sono stati mesi che non auguro a nessuno. È stata dura, per lui e per noi. Non voglio neanche pensarci, non voglio ricordare. Voglio vivere il presente: sono felicissima, adesso», dice la signora Gabriella. Alla quale è corso il pensiero di Ismaele, il 23 aprile, in piena fase acuta della malattia: «Ha chiesto al personale medico di poter farmi gli auguri di buon compleanno», racconta commossa la moglie.

Tutto inizia il 22 marzo, domenica sera. Ricorda Ismaele: «Non ho mai avuto una malattia, mai preso pastiglie, stavo bene, forse è successo al supermercato: chissà. Da qualche giorno covavo qualcosa, avevo la febbre alta a 38-40». «Il medico di famiglia diceva di andare avanti a tachipirina», prosegue la moglie. Ma visto l’aggravarsi delle condizioni, la figlia Laura chiama l’ambulanza. E Ismaele viene ricoverato all’Humanitas Gavazzeni di Bergamo. Vi resterà quattro mesi; solo negli ultimi dieci giorni viene trasferito alla San Francesco per la riabilitazione. Continua Ismaele: «Cinque giorni col casco, poi terapia intensiva. Dei primi venti giorni non ho memoria. Alimentato per sondino non muovevo né braccia né gambe, così fin quasi a fine giugno. Quando mi alzavo dal letto con l’aiuto del fisioterapista, reggevo in piedi solo un attimo». In tutto questo tempo c’è un angelo che soccorre, conforta, incoraggia, cura. E guarisce Ismaele: «È il dottor Maurizio Mazzoni, primario di terapia intensiva; devo tutto a lui e alla sua straordinaria equipe». «Una persona d’oro», lo definisce Laura. «Senza di lui, chissà – completa la moglie –, minimo lo inviteremo qui a casa nostra, se può, se vuole. Gli siamo molto grati». Giorni di ansia e paura. «Una settimana dopo il ricovero ci hanno detto di prepararci a qualsiasi cosa», racconta il figlio Stefano. «Quando sembrava che papà stesse un po’ meglio, sopravveniva una complicazione: polmonite batterica, trombosi, infezioni. Ma medici e infermieri meravigliosi, tutti», ricorda Laura. Ismaele, pensionato, ha lavorato come tecnico di telefonia; è ciclista, camperista, vignettista. «Sono sue le vignette sul giornale Giopì – le mostra orgogliosa la moglie –. Ha chiamato la redazione, ha detto che manca da quattro mesi e vuole fare qualcosa». «Ho già abbozzato la prossima vignetta», annuncia Ismaele. «Ismaele hai vinto!», si legge su uno striscione nel cortile.

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