Scanzo, tentò di uccidere la moglie
Condannato a 12 anni in appello

Riconosciuto il parziale vizio di mente al piastrellista che il 27 settembre 2018 sparò alla moglie a Negrone: in primo grado 16 anni.

Dodici anni di carcere in appello, uno sconto di quattro rispetto alla sentenza di primo grado e un’attenuante: il parziale vizio di mente. «Ho fatto una sciocchezza», aveva detto Salvatore D’Apolito ai carabinieri di via delle Valli ai primi di ottobre del 2018, quando si era consegnato in compagnia del suo avvocato a poco più di una settimana dall’agguato alla moglie Flora Agazzi, 53 anni, colpita la mattina del 27 settembre da sei colpi della sua Astra spagnola semiautomatica e semi arrugginita ma comunque funzionante. Per quell’agguato la moglie, dalla quale era ormai separato, era rimasta ricoverata in prognosi riservata per due settimane, mentre lui, 51enne piastrellista di Villasanta (Monza Brianza), era finito in carcere e poi condannato a 16 anni in abbreviato per tentato omicidio, ricettazione e porto d’abusivo d’arma da fuoco.

Con l’aggravante della premeditazione (e del fatto che la vittima dell’agguato fosse la moglie) e l’esclusione delle attenuanti, prima tra tutte il parziale vizio di mente, invocato dalla difesa e ipotizzato dalla relazione del perito del tribunale in sede d’incidente probatorio. Ora la parziale incapacità d’intendere e volere, uscita dalla «porta» della sentenza di primo grado, è rientrata dalla «finestra» della sentenza della Corte d’Appello di Brescia che riformulando la condanna di D’Apolito da 16 a 12 anni (più tre anni in libertà vigilata in un luogo di cura) ha riconosciuto al piastrellista il parziale vizio di mente. A sostegno dell’ipotesi che D’Apolito non fosse del tutto consapevole di quanto stesse facendo la mattina del 27 settembre, in quei 50 chilometri percorsi in Vespa dalla Brianza, con la targa contraffatta, una parrucca in testa, il cappuccio della felpa sollevato e l’arma carica pronta all’uso.

D’Apolito sapeva dove trovare la moglie che in attesa dell’udienza per la separazione era tornata a casa dei genitori, a Pedrengo, facendo la spola con l’abitazione di un’anziana parente, in via San Pantaleone, a Negrone, a cui prestava assistenza. Proprio lì, la mattina del 27 settembre, D’Apolito l’aveva raggiunta, le aveva tagliato due gomme della Fiat 16 costringendola a uscire e a chiamare il gommista. Poi, mentre lei stava rientrando in casa, lui aveva sparato: sei colpi, tre dei quali avevano centrato una spalla, il collo e il torace della donna. Poi la fuga, la parrucca abbandonata, lo scooter ripreso da Villa di Serio fino a Lesmo, dove D’Apolito aveva scelta di rifugiarsi in un camper, con cibo, denaro, tempo per pensare. Non troppo, perché i carabinieri di Bergamo lo stavano braccando, quando il suo legale (Stefano Sorrentino nel processo di primo grado) era riuscito a convincerlo che non era più tempo di fuggire, meglio costituirsi. In casa gli inquirenti avevano trovato un quaderno, una pagina e mezza scritta in stampatello in cui D’Apolito raccontava di sentirsi solo, abbandonato dalla moglie e dai due figli. «Un uomo da buttare», si era definito.

Nessun commento ieri dall’avvocato di parte civile Marta Vavassori, che assiste Flora Agazzi, mentre non è stato possibile contattare Pietro Gori, difensore di D’Apolito in appello. L’uomo si trova ai domiciliari in una casa di cura.

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