Scuole, Galli: «Serve prudenza,
l’incertezza resta una costante»

Massimo Galli, primario al Sacco di Milano: «Il ritorno sui banchi è un tentativo, pur importante». Tra due settimane si valuteranno le curve dei contagi.

«È un tentativo», sospira Massimo Galli. Direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano e tra i più acuti conoscitori del virus, il primario tiene la guardia alta. Sull’andamento della pandemia in generale e, più in particolare, sul ritorno tra i banchi di oggi. Perché lo scenario che si para dinnanzi a centinaia di migliaia di persone in Lombardia pare essere quello della costante incertezza. «Un conto sono le condizioni che determinano la classificazione di una Regione in un determinato colore, sulla base di un determinato Rt e degli altri indicatori che abbiamo imparato a conoscere, e le disposizioni che permettono a quella Regione così classificata di riprendere le lezioni in presenza», premette Galli. Per poi aggiungere: «Un conto, invece, è confidare realmente che tutto ciò, e cioè il ritorno a scuola per quelle fasce di ragazzi, sia una pratica già sicura in questo momento. Tra il dire e il fare…».

Quello che si apre oggi, allora, nelle parole dell’infettivologo, nel mix di misure messe in campo a partire dai trasporti potenziati e dagli orari scaglionati, «è un tentativo, importante, che dovrà però cimentarsi con la prova dei fatti, le cui risposte arrivano solo dopo un determinato arco di tempo», e cioè dopo quel cuscinetto di giorni – un paio di settimane, in media – che serve per l’incubazione del virus e dunque la variazione più o meno decisa delle curve epidemiologiche. La sintesi è di amara ironia: «Un giudizio su quello che accadrà? Siamo ai puntini di sospensione», incalza Galli. Quei puntini di sospensione, metaforicamente, la scuola lombarda li vive dal 26 ottobre, con l’ordinanza che aveva ripristinato la didattica a distanza per le superiori.

Ripercorrendo i dati del «setting scuola» di Ats Bergamo, la linea diagnostica dedicata a studenti, insegnanti e personale non docente, la settimana dal 19 al 24 ottobre aveva contato in tutta la provincia 132 positivi su 3.170 tamponi (tasso di positività al 4,16%); tra fine ottobre e metà novembre, numeri alla mano, era riconducibile al setting scuola circa il 16% delle nuove infezioni che si registravano nell’intero territorio bergamasco. Infezioni, queste, maturate in realtà non tra i banchi, ma nei momenti precedenti e successivi le lezioni.

Guardando all’ultima avanzata del Sars-CoV-2, Galli parla di «una situazione sicuramente assai meno pressante di quella di qualche settimana fa – premette –. Ma continuiamo a rimanere in condizione che definirei di “rispetto”. E cioè sempre di tutto rispetto per quanto riguarda i numeri globali, seppur più contenuti rispetto al picco. E il rispetto è quello che si deve osservare per quanto riguarda le misure di attenzione e di precauzione che abbiamo imparato a conoscere: l’emergenza, appunto, non ha ancora svoltato in quella direzione che ci permette di dire di aver raggiunto una situazione tranquilla».

E tranquilla non lo è nemmeno questa fase della campagna vaccinale, impantanatasi nei ritardi mondiali di Pfizer e nell’attesa delle decisioni attorno ad AstraZeneca: «Anche qui, uso la metafora dei puntini di sospensione», sospira Galli. La domanda che sorge, alla luce delle carenze di dosi, è nell’ipotesi – avanzata anche dallo stesso Galli – di pianificare le vaccinazioni mettendo in coda chi l’infezione l’ha già fatta e dunque ha già una memoria immunitaria: «Non c’è il minimo dubbio che questa sarebbe una scelta da adottare. Dal mio punto di vista, anche alla luce degli studi fatti (uno screening coordinato da Galli ha testato la sieroprevalenza anche tra i cittadini di Suisio e San Pellegrino, ndr), è discutibile vaccinare chi ha già fatto la malattia, soprattutto in questo momento. Ci sono anche delle evidenze scientifiche a supporto di questa considerazione».

L’orizzonte resta irto di incognite: «Quando ne usciremo? Se uno si guarda attorno e vede la situazione degli altri Paesi, verrebbe da pensare che ci attende ancora una prospettiva pesante: dunque una prospettiva non limitata ai mesi, ma a qualcosa di più. Se. invece. ragioniamo su uno scenario in cui si combinano interventi di contenimento, l’avanzare delle vaccinazioni, un utilizzo più estensivo della diagnostica, potremmo venirne fuori anche prima. Mi pare però che tutte queste variabili – sospira Galli in conclusione – non siano proprio di qui a venire».

© RIPRODUZIONE RISERVATA