Così gli allevatori arginano i predatori

Lupi e allevatori. Così si prepara la convivenza. Il progetto Pasturs mira a questo obiettivo e riguarda i grandi predatori come l’orso e il lupo. Il piano, basato su un dialogo costruttivo, cerca di trovare soluzioni condivise per mitigare i conflitti e incentivare il ricorso a strumenti di prevenzione, come le reti elettrificate e i cani da guardiania oltre che la vigilanza attiva del bestiame.

Lupi e allevatori: così si prepara la convivenza. Il progetto Pasturs mira a questo obiettivo e riguarda i grandi predatori come l’orso e il lupo. Il piano, basato su un dialogo costruttivo, cerca di trovare soluzioni condivise per mitigare i conflitti e incentivare il ricorso a strumenti di prevenzione, come le reti elettrificate e i cani da guardiania oltre che la vigilanza attiva del bestiame.

L’originalità del progetto, giunto alla settima edizione, risiede nel coinvolgimento di giovani volontari nelle attività di alpeggio, utili per alleggerire il lavoro quotidiano degli allevatori. La presenza del lupo, infatti, li obbliga a modificare la gestione del bestiame e ad adottare metodi di prevenzione, che potrebbero aggravare il lavoro d’alpeggio. I promotori del progetto sono la Cooperativa Eliante, Coldiretti Bergamo, Parco delle Orobie Bergamasche e Wwf Bergamo-Brescia, che organizza il corso di formazione per gli aspiranti volontari.

Per ora i lupi sono considerati solo di passaggio sulle montagne bergamasche

«Sono contento del progetto», spiega Silvestro Maroni, un allevatore che ha partecipato a diverse edizioni di Pasturs. «I volontari portano un grande aiuto. Il pascolo è gestito sulla base delle erbe presenti e dell’esposizione, così che le pecore pascolano ogni giorno in punti diversi. Sono spostate ogni due giorni per evitare di impoverire troppo il terreno. Anche le recinzioni sono da spostare. In quota il terreno non è livellato. Spostare i picchetti e riposizionare la rete non è semplice. I volontari sono un aiuto importante. Il lavoro è duro. Anche se per ora non ho mai subito attacchi da lupi, credo che prevenire sia meglio che curare».

Negli alpeggi pecore da spostare ogni due giorni per non impoverire i pascoli

L’azienda agricola Maroni si trova a Ranzanico, in Val Cavallina, e dal 2016 anni alleva 500 capi di pecore, producendo e vendendo carne fresca e insaccati. «La pecora gigante bergamasca è una razza del nostro territorio, ma la sua carne è ancora poco valorizzata. Le nostre pecore sono al pascolo tutto l’anno e si cibano sempre di erba fresca: la nostra azienda fa parte dell’Associazione Italiana Grass-fed, che non prevede l’uso di cereali o alimenti per la crescita». In inverno le pecore pascolano in pianura tra la Bergamasca e il Bresciano, mentre d’estate sono portate a pascolare nei territori dell’Alpe Vodala.

I giovani volontari del progetto Pasturs aiutano le aziende a spostare i recinti

Anche Sonia Arrigoni, che gestisce da oltre 15 anni un’azienda agricola a Adenasso, frazione di Vilminore, partecipa con entusiasmo al progetto Pasturs. Alleva una cinquantina di mucche da latte, portate, durante l’estate, ai pascoli della Manina e Bellavalle. «Vicino alla baita abbiamo una piccola stalla con il filo e la corrente dove teniamo i vitelli. Le mucche e le manze sono tenute in recinto elettrificato e ricevono erba al mattino e alla sera. Non le lasciamo andare in giro da sole. Sono seguite tutto il giorno da Roberto Belingheri, il ragazzo che mi dà una mano, e dai volontari. Loro ci aiutano non solo nello svuotare i secchi del latte quando mungiamo, ma ci danno una mano anche a spostare i recinti, a dare l’erba agli animali, a tenere in ordine la baita e a cucinare».

Sonia Arrigoni conferisce il latte alla Latteria sociale montana di Scalve, l’unica donna dei diciassette. «Tra i volontari si trovano ragazze con le unghie lunghe ma che non si tirano indietro e fanno di tutto e giovani studenti di veterinaria che si divertono a fare pratica e a vedere come si curano gli animali. Con loro si creano delle belle amicizie. Chi abita vicino mi viene a trovare, altri mi mandano gli auguri di Natale», racconta Sonia Arrigoni.

«Prima facevo il commerciale ma, dopo anni, mi sono stancato. Nel 2008 sono andato in alpeggio per imparare. La vita d’alpeggio non è facile ma regala emozioni che fanno venire la pelle d’oca. I volontari che vengono da noi lo notano subito. Le stellate notturne, ad esempio, sono spettacolari. Poi si possono vedere molti animali selvatici. Il bello di questo progetto è permettere di far conoscere il nostro mondo anche alle giovani generazioni», conclude Maroni.

Transumanza patrimonio dell’umanità

Per l’economia delle Alpi Orobie la zootecnia è ancora un settore importante, sebbene sia in corso, ormai da decenni, un processo di abbandono delle attività tradizionali. Gli alpeggi della Bergamasca sono sempre meno sfruttati per il pascolo estivo delle mandrie bovine, mentre resiste il pascolo ovi-caprino, registrando anche allevamenti che superano le mille unità. Il declino della zootecnia montana non interessa solo le Orobie ma tutto l’arco alpino. Sulle nostre montagne, tuttavia, sopravvivono pratiche pastorali di interesse ambientale e culturale, come l’allevamento transumante.

Nella lista dell’Unesco

Nel 2019 l’Unesco ha inserito la transumanza nella Lista del Patrimonio culturale immateriale, riconoscendo il valore di una pratica che ha modellato paesaggi e comunità. L’alpeggio svolge diverse funzioni ecosistemiche: oltre alla primaria funzione produttiva, questa pratica assolve anche importanti funzioni ambientali di manutenzione e di protezione del territorio. Mantenendo il pascolo, inoltre, si possono ottenere risorse foraggere a basso costo e a km zero, favorendo un’alimentazione più naturale del bestiame.

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