Narrativa e natura ferita, l’attenzione sta crescendo

LIBRI E AMBIENTE. «Oggi la Climate Fiction è un genere letterario, di cui anche in Italia ci sono testimonianze importanti: penso a Bruno Arpaia o, più di recente, a Mauro Garofalo. In realtà la letteratura si è sempre occupata dell’“Alieno naturale”, per riprendere un’espressione di Coleridge. Ma la Natura, vivente o non vivente, fa parte di noi. In questo senso ci sono, anche in Italia, testimonianze importanti, come quelle di Antonella Anedda, Fabio Pusterla, Franco Arminio. E Tiziano Fratus, poeta bergamasco di alberi e silenzi».

«Oggi la Climate Fiction è un genere letterario, di cui anche in Italia ci sono testimonianze importanti: penso a Bruno Arpaia o, più di recente, a Mauro Garofalo. In realtà la letteratura si è sempre occupata dell’“Alieno naturale”, per riprendere un’espressione di Coleridge. Ma la Natura, vivente o non vivente, fa parte di noi. In questo senso ci sono, anche in Italia, testimonianze importanti, come quelle di Antonella Anedda, Fabio Pusterla, Franco Arminio. E Tiziano Fratus, poeta bergamasco di alberi e silenzi».

Lo osserva Serenella Iovino, ordinaria negli Stati Uniti all’Università della Carolina del Nord, dove ha inaugurato la prima cattedra di «Italian Studies and Environmental Humanities» (Italianistica e scienze umane ambientali, ndr), è uno dei massimi esperti dei rapporti tra letteratura, o, più generalmente, scienze umane, e temi ambientali.

Professoressa, la letteratura si occupa con sufficiente assiduità, efficacia, continuità, quantità della crisi climatica ed ecologica?

«La letteratura contemporanea sicuramente sempre di più. Oggi la Climate Fiction è un genere letterario, di cui anche in Italia ci sono testimonianze importanti: penso a Bruno Arpaia o, più di recente, a Mauro Garofalo. In realtà la letteratura si è sempre occupata dell’“Alieno naturale”, per riprendere un’espressione di Coleridge. Ma la Natura, vivente o non vivente, fa parte di noi. In questo senso ci sono, anche in Italia, testimonianze poetiche importanti, come quelle di Antonella Anedda, che da sempre ci guida attraverso paesaggi e storie, in cui la sensibilità umana si intreccia con i luoghi in maniera raffinatissima. O pensiamo a Fabio Pusterla, che dà voce a creature remote nello spazio e nel tempo».

L’esperta Serenella Iovino: anche in Italia testimonianze importanti: da Bruno Arpaia a Fabio Pusterla, da Franco Arminio a Tiziano Fratus

«Oppure pensiamo a Franco Arminio, cantore di luoghi dimenticati dalle geografie ufficiali ma presenti in una “Geografia commossa dell’Italia interna”. O a Tiziano Fratus, poeta bergamasco di alberi e silenzi. Infine, anche noi abbiamo un romanziere di frontiera e di montagne: Matteo Righetto. Sono solo pochi esempi, ma se ne potrebbero citare tantissimi. L’ambiente ci fa impressione solo quando si squarcia in catastrofi, ma ci sono luoghi che cercano un riconoscimento, hanno bisogno di voci che li raccontino».

Quale può essere la funzione della letteratura, quando c’è bisogno di invertire tutto un modello di sviluppo economico, un intero sistema di vita? Di passare da un piano di «idealismo morale», da una cosa per anime belle, a concretezza, urgenza, pragmatismo?

«La letteratura non è un manuale di istruzioni per agire nel mondo. È importante come espressione dell’umanità. Molto raramente ci dà ragione sul nostro modo di vivere. Non conosco libri che dicano che sia giusto infierire sui deboli o distruggere i nostri luoghi. Sin dall’inizio la letteratura è un canto della terra, mette le radici nell’intorno a noi, ci rivela l’umanità nella sua fragilità. Non credo che sia mai stata cosa per anime belle; magari, semplicemente, per anime».

Da quando la letteratura si è assunta il compito di rendere l’umanità più sensibile ai temi ambientali?

«Più o meno consciamente, da secoli. Mi riferisco, in particolare, ai romantici inglesi di fronte alla prima ondata della rivoluzione industriale: Wordsworth, Coleridge, William Blake, vivevano in un mondo che già cominciava a mostrare ferite. Le ferite dell’industrializzazione incipiente, ma senz’altro eloquente negli effetti che determinava nel paesaggio e nelle persone».

Dopo i romantici inglesi, dove affondano le radici di una letteratura propriamente ambientalista?

«Direi negli Stati Uniti. Il primo libro da citare è “Walden” di H. D. Thoreau, diario di soggiorno che questo poeta, filosofo, cercatore di bacche, pacifista stila dopo due anni e due mesi trascorsi in una capanna che lui stesso si era costruito sulle rive del Walden Pond, piccolo lago vicino a Concord. Un messaggio forte sull’importanza di vivere in intimità profonda con la Natura. Altro autore molto importante è John Muir, a cui l’America deve la sua ricchezza più iconica: i parchi nazionali».

Dai romantici inglesi di fronte alla prima rivoluzione industriale alla letteratura ambientalista degli Stati Uniti: Thoreau, Muir, Carson

«Muir era forse sin troppo radicale nella sua idea di protezione della natura selvaggia. Per lui la “wilderness” è qualcosa da cui l’uomo dev’essere escluso a priori: un luogo in cui l’essere umano è un visitatore che non deve rimanere. Rachel Carson, con “Primavera silenziosa”, ci dà l’esempio di come la rivoluzione dell’agricoltura industriale sconvolga gli equilibri ecosistemici. Gli uccelli che tanto caratterizzano la vita di campagna americana non cantano più perché le loro uova sono state avvelenate dal ddt».

«La letteratura è sin dall’inizio un canto della terra e ci rivela l’umanità nella sua fragilità»

Il classico di Thoreau: «Vita nei boschi»

Citato dai giovani della Setta dei poeti estinti e dal professor Keating ne «L’attimo fuggente» di Peter Weir, dal McCandless di Sean Penn in «Into the Wild», «Walden ovvero Vita nei boschi» (1854, prima ed. it. 1920), di Henry David Thoreau (1817–1862), è un riferimento obbligato, fondativo, per la cultura ambientalista, ecologica, naturista, non solo americana.

«Primavera silenziosa», altolà al Ddt

Rachel Carson (1907-1964), biologa e zoologa statunitense, è assurta a notorietà internazionale con «Primavera silenziosa» («Silent Spring», 1962; prima ed. it., Feltrinelli, 1963), pietra miliare del movimento ambientalista. La scienziata combatte contro i fitofarmaci, in particolare il Ddt. Morirà prima che il prodotto sia messo al bando negli Usa.

Ian McEwan, il sole ci salverà

«Solar» (2010) è il romanzo del britannico Ian McEwan (1948) che in modo più diretto affronta la crisi climatica. Michael Beard, Nobel per la Fisica, «eredita», da un giovane ricercatore del Centro di Studi per le Energie Rinnovabili da lui diretto, morto in circostanze poco chiare, una straordinaria invenzione: nuovi pannelli fotovoltaici che possono «salvare il mondo».

«Geografie» di Anedda, uomo e natura

Antonella Anedda (1958) è una delle più importanti (e note) voci poetiche italiane. In «Geografie» (Garzanti, 2021), tra le sue numerose opere, propone «Petits Poèmes en prose» in cui umano e vegetale, animale, minerale sono intrecciati in modi originali se non sorprendenti. Un pezzo è dedicato alla rappresaglia del ’44 a Sant’Anna di Stazzema.

Franco Arminio, l’Italia interna

Franco Arminio (1960) è ancora legato all’auto-definizione di «paesologo». È, in realtà, molto di più: poeta in senso pieno, portatore di sensibilità e ironia profonde e finissime, indifferentemente verso l’umano e il naturale. Nella sua ricca produzione, almeno «Geografia commossa dell’Italia interna» (2013) e «Sacro minore» (2023).

Tiziano Fratus, «Ogni albero è un poeta»

Il bergamasco Tiziano Fratus (1975) ha dedicato quasi interamente la sua opera, di narratore e poeta, per adulti e ragazzi, alla Natura, in particolare agli alberi, con neologismi e concezioni originali, alberografia, dendrosofia, eco- o silvo-buddismo. Tra i molti titoli «Ogni albero è un poeta. Storia di un uomo che cammina nel bosco» (2015).

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