Benzinai disorientati tra guerra dei prezzi e l’assenza di ricambio

MESTIERE IN DIFFICOLTÀ. Self-service ormai dominante, poco appeal tra giovani e donne, calo dei distributori. Fusini (Ascom): «Tariffe pazze, stop fidelizzazione».

Il «no name» stravince sul logo quando si parla di benzinai che, dal 2022, vivono un «saliscendi» dei prezzi complice la pesante crisi petrolifera. «Il prezzo della benzina si è raddoppiato ed ancora di più è cresciuto quello del gasolio negli ultimi 25 anni. Situazione che ha spostato l’utenza da una pompa ad un’altra, alla ricerca di risparmio. Con questi prezzi pazzi, la fidelizzazione non esiste più», spiega Oscar Fusini, direttore di Ascom Bergamo.

I benzinai self-service sono ormai il 80%

In soldoni: il self service (80%) ha spodestato la modalità servita (20%) e pompe bianche (distributori senza bandiera con acquisto diretto in raffineria) e impianti ghost - senza gestore e solo automatizzati - hanno dato scacco a brand come Q8 (65 distributori), Eni (48) ed Esso (45). Nella guerra del prezzo a rimetterci è stato anche il numero di imprese, in 20 anni passate da 292 a 224. Un ribaltone che ha portato anche alla revisione delle professionalità: il sistema storicamente basato sulla figura del benzinaio, imprenditore o comodatario dell’impianto per la compagnia, è stato sostituito dalla gestione diretta e da parasubordinati. Ruolo chiave nel cambiamento lo ha avuto anche l’assenza di ricambio alla guida delle attività, come evidenziano i dati: il 25,5% di titolari di distributori ha oltre 60 anni, il 34,3% ne ha più di 50 e solo il 5,9% è al di sotto dei 30.

Il cambiamento repentino del lavoro di benzinaio

Ad aggravare la situazione ha contribuito la difficoltà delle generazioni storiche ad adeguarsi alle nuove tecnologie del comparto. «Il lavoro del benzinaio – commenta Renato Mora, presidente Gruppo Benzinai Ascom Bergamo - si è modificato drasticamente e rapidamente, non dando il tempo ai gestori di vecchia scuola di adeguarsi ai cambiamenti gestionali e relazionali con clienti e compagnie petrolifere». Il settore risente inoltre della differenza di genere, poiché, dati alla mano, le donne risultano in misura inferiore rispetto alla media del commercio (15 su 102 ditte individuali pari al 14,70%). Gli orari lavorativi prolungati e la pericolosità dell’attività rappresentano deterrenti per l’universo femminile che, storicamente, riveste però un ruolo primario come coadiuvante nell’impresa del marito o socio nell’impresa di famiglia. Le prospettive per il futuro del comparto non sono dunque rosee. «Se gli ultimi sono stati anni di grande cambiamento, con cessioni di impianti e apertura di nuove bandiere e pompe bianche, i prossimi vedranno un’accelerazione ulteriore. Costi insostenibili, concorrenza sempre più aggressiva ed assenza di ricambio generazionale porteranno ad un’altra rivoluzione».

La politica e la autoregolazione del mercato

A mettere un ulteriore carico è l’atteggiamento della politica che, negli anni, ha lasciato al libero mercato il compito di regolamentarsi, con ricadute negative complici scelte poco funzionali. Su tutte, la decisione di far convivere nuovi grandi impianti con strutture vecchie e obsolete senza però dare incentivi sufficienti per dismetterle. “Per un futuro solido servono azioni concrete: rifinanziare il fondo di razionalizzazione, incentivare la chiusura degli impianti inefficienti a sostegno di una maggiore vendita degli altri impianti, intervenire a supporto delle strutture di montagna e contrastare, per ragioni di sicurezza, il fenomeno delle cisterne abusive. Opportuno anche tutelare le imprese dei gestori avvalendosi di bonus, come già fatto per altre categorie a rischio. Quello che chiediamo al Governo, a tutela dei consumatori e dei gestori è di evitare interventi demagogici come l’ultimo decreto Trasparenza».

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