Amazzonia specchio delle nostre sciagure

Amazzonia specchio
delle nostre sciagure

E’ il banco di prova del mondo. Ed è anche il banco di prova della Chiesa. In Amazzonia si lucida lo spirito di rapina, predatorio e insaziabile, della globalizzazione più prepotente. Occuparsi dell’Amazzonia non è affatto cedere ad una «psicosi ambientalista», secondo l’accusa del presidente brasiliano Jair Bolsonaro a tutti coloro che hanno lanciato l’allarme di fronte ai roghi che continuano a bruciarla. Occuparsi dell’Amazzonia, come la Chiesa universale farà da oggi per un mese intero, significa ripensare ad un modello che considera la terra una merce e come tale può essere sfruttato, degradato, depredato senza scrupoli per accumulare denaro.

Significa occuparsi della gente che ci vive e che ci muore, perché rapinare una terra per produrre sempre più beni per i ricchi ha come conseguenza la morte per le comunità che vivono dei frutti di quella terra, che per loro è madre.

Oggi il mondo ha deciso che si può distruggerla senza limiti e, soprattutto senza rendere conto a nessuno. C’è uno solo che si mette di traverso, l’unico leader morale del pianeta. E lo fa perché l’Amazzonia è più che un simbolo del tutto che non va e fa capriole politiche, economiche, sociali, morali. L’Amazzonia non solo è una regione cruciale, perché produce ossigeno, perché da lì viene un bicchiere d’acqua su quattro di quelli che beviamo, perché la foresta cattura quantità immense di anidride carbonica e rallenta il riscaldamento globale. È una regione cruciale perché il cambio di passo del resto del mondo verso l’Amazzonia darebbe la misura della consapevolezza che bisogna cambiare quel sistema che oggi rubrichiamo sotto le parole «globalizzazione dell’indifferenza».

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