Aver cura dei ricordi che legano Bergamo
Quei momenti ci uniranno per sempre

di Alberto Ceresoli
Finché vive il ricordo, vive anche chi - di quel ricordo - è la scintilla. Per alcuni può essere una condanna, un macigno di cui è impossibile liberarsi. Per altri - molti altri - è la tenerezza di una mano che scosta il velo di tristezza con cui il tempo offusca la memoria, facendo entrare nel nostro cuore la luce di un sorriso andato perso, il suono di una parola sussurrata con dolcezza, il fremito di un bacio. Sedimentato il dolore, il ricordo quieta l’anima e rafforza, non si sa come, il legame che a quel ricordo ci unirà per sempre.

Per la tragedia che esattamente un anno fa ha investito la nostra terra, abbiamo il dovere di ricordare due volte. La prima, per tutti coloro che se ne sono andati in estrema solitudine, senza una carezza, senza una mano stretta nella loro. Senza una parola che andava detta prima di chiudere i conti con la vita, senza una preghiera recitata a fil di voce. La seconda, per noi che siamo rimasti, su cui pesano - senza colpa - l’angoscia e il rimorso per non aver potuto far nulla di più per i nostri cari di quel nulla che una legge terribile, ma giusta, non ci ha consentito di fare.

Dal 25 febbraio, giorno della prima vittima «ufficiale» del Covid, ad oggi, sono quasi settemila i bergamaschi falciati dal coronavirus, poco meno di quattromila e cinquecento nei primi due mesi della pandemia, gli altri nelle settimane e nei mesi successivi, anche se di questi ultimi se n’è parlato poco e quasi non se ne parla più, come se le condizioni del loro «essersene andati» siano state meno strazianti di quelle della scorsa primavera. Stessa solitudine, stessa assenza di affetti, eppure non li «vede» più nessuno.

È vero, la vita continua, e non possiamo rimanere piegati su noi stessi e sui dolori del mondo, ma non possiamo - e non dobbiamo - far sì che l’assuefazione al Covid anestetizzi il nostro cuore e privi la nostra comunità della compassione che merita e di cui, in qualche modo, ha diritto. Possibile che siamo tornati all’io, dimenticando il noi?

Certo, ai tempi del primo lockdown, noi bergamaschi siamo stati i campioni della solidarietà e della vicinanza, e lo abbiamo dimostrato al mondo con la semplicità e la concretezza che ci contraddistinguono, senza porci troppe domande, impegnati soltanto a trovare risposte all’enorme quantità di bisogni della nostra gente, ma non solo di quella. Medici, infermieri, farmacisti, operatori sociosanitari e assistenziali hanno dato tutto loro stessi attraversando l’inferno del Covid per curare chi aveva bisogno di aiuto, trascurando famiglie, affetti, amicizie. Ma con loro, tutto il mondo del volontariato ha vestito i panni del «buon samaritano» del Vangelo di Luca: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso...». E così le istituzioni bergamasche, e le migliaia di persone che nell’ombra e nel silenzio hanno fatto piccoli miracoli, dagli artigiani che in pochi giorni hanno trasformato la Fiera in un ospedale da campo a chi, anche solo dentro i muri di casa o il proprio condominio, è riuscito ad alleviare il dolore o la tristezza di qualcuno.

In quelle settimane Bergamo ha dato il meglio di sé, rafforzando un patrimonio di valori inestimabile e a cui, ancora oggi, noi tutti dobbiamo attingere per superare insieme l’ultimo tratto di strada che ancora ci separa dal ritorno ad una vita normale, o per lo meno accettabile. Dopo un lunghissimo anno di continue ma necessarie restrizioni, è naturale che molti di noi non ne possano davvero più, stremati nella mente e nel portafoglio dall’emergenza Covid, ma non è «ribellandosi» alla logica dei numeri che riusciremo a cambiare le cose. Non è sottraendoci alla nostra responsabilità civile (vale anche per le giovani generazioni, le più refrattarie a rispettare le regole) che le cose potranno migliorare.

Nella Bergamasca stiamo meglio che altrove, ma è un dato di fatto che i contagi sono tornati a salire e, con loro, i ricoveri. Piaccia o no, il virus è ancora in mezzo a noi e con noi si muove e si diffonde tra chi ancora non è stato contagiato. Lo sappiamo curare decisamente meglio di un anno fa, ma non è una buona ragione per sfidare la sorte e rovinare tutto per un attimo di «libertà».

Quella vera sta per tornare, bisogna «solo» incrociare le dita e sperare che, almeno da fine marzo, al più tardi metà aprile, l’Italia sia «invasa» dai vaccini, l’unica vera arma che ci farà tornare (quasi) quelli di prima. Non lo dobbiamo solo a noi stessi, ma anche a tutti coloro che un vaccino non l’avevano, e proprio per questo ci hanno lasciato più soli. «Abbi cura dei tuoi ricordi - canta Bob Dylan -, perché ciò che è stato non potrai viverlo più». Nel bene e nel male.

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