Elezioni americane
a rischio hacker

L’America del 2020 è maggiormente pronta a sostenere il prevedibile nuovo attacco hacker dall’estero rispetto a quanto accadde nelle presidenziali del 2016? A sentire gli esperti la risposta è forse sì, ma il problema è che le forme di intrusione di oggi sono diverse da quelle di quattro anni fa; il sistema informatico Usa presenta, però, ancora delle vulnerabilità. Questo è quanto emerge da un articolo comparso sul New York Times dopo che, nei giorni scorsi, alti ufficiali dell’Nsa statunitense e dell’analogo organismo britannico hanno lanciato l’allarme. Hacker russi, cinesi e iraniani – è stato denunciato – sono particolarmente attivi sulla rete. Quattro anni fa un gruppo di pirati informatici russi riuscì addirittura a entrare in possesso della corrispondenza del Partito Democratico, in parte divulgandola. Le successive verifiche l’hanno negato, ma resta il dubbio in alcuni specialisti che qualche hacker possa essersi persino infilato fin dentro ai centri di conta dei voti nei singoli Stati.

La società americana aveva tuttavia subìto per mesi un duro attacco ai fianchi sui social media. Migliaia erano stati i falsi account creati che disseminavano dubbi, illazioni e fake news. Si era arrivati anche alle rivendicazioni di fantomatici secessionisti texani, che - chissà perché - postavano i loro messaggi deliranti da San Pietroburgo.

Non è ormai un mistero per nessuno che nella capitale baltica erano state costituite delle vere «fabbriche di trolls» con migliaia di impiegati che postavano messaggi sui social media americani. Le autorità Usa hanno accusato alcuni personaggi vicino al Cremlino e all’intelligence russa, adesso sotto sanzione internazionale, di essere gli ideatori di tale attività.

A quanto pare, oggi, la lezione del 2016 è stata imparata negli Stati Uniti. Così da tempo sono partite le contromosse. La sorveglianza degli organi competenti è aumentata come quella dei vari social media che bloccano account e messaggi (diciamo) bizzarri, tanto che anche il presidente Trump ha avuto suoi post censurati.

Cosa non è cambiata è semmai la capacità di non pochi americani - spesso appartenenti a fasce di popolazione a basso livello di istruzione - di «bersi» qualsiasi nefandezza. L’unica loro giustificazione è che lo scontro frontale fra Trump e Biden, con una polarizzazione della società senza precedenti, porta a tali storture.

Ora il timore degli specialisti è che i pirati abbiano fatto una mappatura dell’elettorato soprattutto negli Stati «chiave» e agiscano di conseguenza.

Come denunciato dagli americani, quale è l’obiettivo che porterebbe adesso russi, cinesi ed iraniani a «disturbare» il voto Usa?

Se l’Amministrazione Putin spera ancora in una vittoria di Trump, gli altri mirano a togliersi qualche sassolino dalle scarpe e a mostrare la debolezza della democrazia Usa.

Secondo validi esperti, numerosi hacker stranieri, che al momento paiono mimetizzarsi, sperano presto di uscire dall’ombra e di creare caos in caso di pareggio fra Trump e Biden. Appunto, e se si verificasse un arrivo in volata come quello tra Al Gore e George Bush jr con le famose schede contestate in Florida nel 2000?

I russi, ufficialmente, negano qualsiasi coinvolgimento e parlano di fantasie occidentali. È innegabile, però, che esista nel gigante slavo una secolare tradizione di disinformazione. Dai famosi «falsi Protocolli» di inizio Novecento all’epoca comunista c’è l’imbarazzo della scelta.

L’unica differenza è che oggi sono cambiati gli strumenti (le reti telematiche), ma le linee guida di certe operazioni sono rimaste immutate.

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