Emergenza
demografica?
No, è anche
peggio

È realistico, e non solo auspicabile, che gli effetti più nefasti della pandemia da Covid-19 saranno mitigati nei prossimi mesi e anni. Eppure al momento perfino le statistiche demografiche, alle quali solitamente si attribuiscono asetticità e freddezza, ci rammentano la violenza con cui il virus ha travolto il Paese. Innanzitutto un record di decessi, 746 mila in un anno, come non si vedeva dal 1944. Si aggiunga che una qualunque persona nata in Italia nel 2019, secondo i dati pubblicati dall’Istat, avrebbe potuto aspettarsi di vivere in media per 83,2 anni. Invece una persona nata nello stesso Paese nel 2020, ipotizzando di essere sottoposta nel corso della propria esistenza ai rischi di mortalità visti nell’anno della pandemia, avrà una speranza di vita di 82 anni, dunque inferiore di 14 mesi.

Nelle aree più colpite dal virus, va ancora peggio: per un uomo nato nel 2020 in provincia di Bergamo, la speranza di vita alla nascita è più bassa di 4,3 anni rispetto al 2019. Il prezzo in termini di vite umane per la città lombarda è stato altissimo e pagato soprattutto dai più anziani, osserva sempre l’Istituto presieduto dal professore Gian Carlo Blangiardo, eppure in questa provincia l’età media continua a salire, da 44,5 a 44,7 anni. Non si tratta di un errore di calcolo. È la dimostrazione che l’ondata di contagi si è abbattuta su un Paese i cui squilibri demografici arrivano da lontano, con un invecchiamento medio della popolazione che (per fortuna) aumenta da tempo e con giovani generazioni che (purtroppo) pesano sempre meno in termini numerici.

Il 2020 è stato anche l’anno in cui abbiamo registrato meno nascite dall’Unità d’Italia: 404 mila per la precisione. La pandemia iniziata nel marzo dello stesso anno, non foss’altro perché una gravidanza dura 9 mesi, con le culle vuote però non c’entra. È da decenni che gli italiani fanno sempre meno figli: nel 1964, all’apice del baby boom, ogni donna ne aveva in media 2,7. Oggi siamo scesi a 1,24 figli per donna, ben distanti dal 2,1 necessario a mantenere una popolazione stabile. Meglio diffidare, dunque, di chi ancora discetta di «emergenza demografica».

Il malessere di cui parliamo non ha nulla di improvviso o imprevisto, piuttosto la crisi è decennale e conclamata. Tanto che negli ultimi sette anni, pur considerando il flusso in ingresso di immigrati, l’Italia ha perso oltre un milione di abitanti, scendendo sotto i 60 milioni. Siamo sempre meno, ma soprattutto siamo in un equilibrio sempre più precario fra generazioni. Impossibile minimizzare l’impatto di tutto ciò, a livello sociale, culturale ed economico. Cambiano le strutture familiari, spesso si indeboliscono i legami intergenerazionali che le caratterizzano, si modificano le forme di coabitazione e di socialità, diminuiscono fisiologicamente capacità e voglia di rischiare dei nostri imprenditori. Si tratta di mutamenti, tra l’altro, così radicali da svelare a tutti le difficoltà di adattamento di un sistema di welfare pubblico pensato per una struttura demografica di altri tempi. Così arrancano i servizi per l’infanzia, necessari a padri e madri per conciliare famiglia e lavoro; latitano le politiche attive per i più giovani e quelle di formazione e coinvolgimento dei lavoratori anziani ma pur sempre attivi; scricchiola un sistema pensionistico con sempre più beneficiari e sempre meno contribuenti.

Uscire dalla logica dell’«emergenza demografica», abbandonare le scorciatoie mentali che consistono nello spiegare tutto con una crisi economica o una pandemia, per quanto gravi, ecco le condizioni minime per un cambio di rotta vitale del nostro Paese, per l’oggi non per il futuro.

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