Friuli 1976, dal disastro una lezione di amore
ITALIA. Orcolat, orcaccio, così i friuliani hanno chiamato il terremoto che 50 anni fa sconvolse le loro vite.
Un nome che evoca atmosfere fatate, echi di storie raccontate al fuoco del focolare, il fogolâr furlan, appunto, che per i friuliani è molto più che il grande camino attorno a cui si riunivano le famiglie, si ricevevano gli ospiti, si condividevano i momenti più importanti. Il fogolâr non è solo uno spazio della casa, ma un concentrato di valori: di unità, di accoglienza, di calore domestico, di cura, di amore.Per cercare di comprendere il peso dell’eredità di quella tragedia di 50 anni fa bisogna partire proprio da quell’orcaccio spaventoso, che si risvegliò all’improvviso la sera del 6 maggio 1976, alle 21 in punto, quando gran parte delle famiglie si trovava in casa. Fu una scossa violentissima: 137 i paesi coinvolti, quasi tutti piccoli o piccolissimi, 45 furono rasi al suolo. Sotto le macerie rimasero quasi mille vittime, migliaia i feriti, 45mila gli sfollati.
La macchina dei soccorsi partì immediatamente. Furono allestiti campi tendati, gli alberghi della costa adriatica si attrezzarono per ospitare chi non aveva più un tetto. I volontari arrivarono da tutta Italia, Bergamo in testa. Ma fu la fase della ricostruzione quella che ancora oggi appare come un’esperienza irripetibile di cooperazione e sviluppo. Nelle prime infuocate assemblee improvvisate nei campi tendati, ai piedi dei borghi diroccati, nacque quello che oggi è noto come il «Modello Friuli».
«Il modello Friuli»
Fu lì che si sentì davvero la forza del fogolâr . L’Italia aveva ancora ben impresse nella memoria le immagini di due grandi disastri che avevano segnato la storia degli anni Sessanta: il Vajont e il Belice. In entrambi i casi il modello di ricostruzione seguito fu: abbandono del vecchio e realizzazione del nuovo su terreno vergine. Ma per i friuliani avere case nuove, ma senza anima, non avrebbe avuto senso. Il «Modello Friuli» nacque dall’ascolto di queste istanze e dall’enorme sforzo organizzativo e tecnologico per renderle possibili. Per la prima volta nella storia della Repubblica, la gestione fu affidata alla Regione e i sindaci furono delegati nella ricostruzione. Dove possibile, le case furono restaurate (75mila interventi) o ricostruite (17mila cantieri). Dopo le nuove scosse del settembre 1976, che mostrarono la fragilità dei sistemi antisismici messi in atto nei primi mesi, si ebbe il coraggio di rivedere i progetti e di sviluppare tecniche all’avanguardia.
La mobilitazione nazionale
Cinquant’anni dopo, le case e i luoghi pubblici realizzati nel giro di pochi mesi anche con l’aiuto di tanti muratori, tecnici e architetti bergamaschi (tra loro, ricordiamo almeno Sandro Angelini e Vittorio Gandolfi) sono ancora lì a testimoniare una stagione irripetibile (quattro anni dopo, con il terremoto dell’Irpinia, la ricostruzione fu un fallimento). Una stagione che ci lascia una eredità importante. La volontà di ascolto della politica, innanzitutto, che non ignorò il desiderio della popolazione determinata a non rinunciare ai borghi dove abitavano da secoli; poi la capacità di visione amministrativa, che agevolò un inedito percorso di autonomia nella ricostruzione, che fu completata nel giro di 15 anni; e la competenza, che una volta tanto fu messa in cima alle priorità di chi aveva la responsabilità di ricostruire le case «com’erano e dov’erano» (era lo slogan di allora).
Ma a ricacciare l’orcolat nel sottosuolo fu soprattutto la grande mobilitazione nazionale, in cui i bergamaschi (tanti gli Alpini che erano stati nelle caserme friulane) furono in prima linea, non solo nei primi giorni, ma anche negli anni seguenti. A quelle migliaia di volontari va il merito di aver colto il senso profondo di quella immensa tragedia, raccogliendo un testimone che ci viene consegnato, ancora e soprattutto oggi ,dalle parole che pronunciò nei giorni del lutto l’allora Arcivescovo di Udine, Alfredo Battisti: «Da questa terra tormentata parte un messaggio d’amore. L’amore è stato l’ultimo e unico testamento lasciato da tanti morti trovati abbracciati l’un l’altro».
© RIPRODUZIONE RISERVATA