Gas, un tetto al prezzo: solo uniti è possibile

La Polonia litiga con la Norvegia per la fornitura di gas. Dovrà rifornirsi dalla Germania. Se Berlino dice no a Varsavia non hanno un piano B. Ma il governo tedesco è a sua volta in grave difficoltà perché deve rifornire i francesi. Emmanuel Macron fa sapere che più della metà delle centrali nucleari è in manutenzione e fino al 2023 non in grado di fornire sufficiente energia. Per Putin è lo scenario sperato.

Punta sulla divisione e conta sulle gelosie e animosità degli Stati Ue. Il Fondo monetario internazionale stima che la dipendenza dal gas russo si faccia sentire maggiormente nell’Est Europa e porti ad una recessione più marcata che ad ovest. Se i Paesi della ex cortina di ferro si sentissero abbandonati il risentimento verso i Paesi più ricchi crescerebbe e sulle piazze tornerebbe la parola «tradimento». Questo è lo scenario che ha indotto a miti consigli i sostenitori della politica «market order» ovvero vendita ed acquisti a prezzi correnti. È l’ordinamento che ha guidato le quotazioni del gas e che sta portando l’economia europea al collasso. Alla Borsa di Amsterdam le quantità di gas trattato sono molto inferiori a quelle per esempio di Londra e questo contribuisce ancor più ad una sopravalutazione. Gli olandesi finora hanno fatto muro e difeso lo status quo. Ed il motivo è chiaro ne hanno solo vantaggi.

Mentre gli altri Paesi vedono il rosso nelle partite commerciali per effetto del caro energia, ad Amsterdam del disagio non si soffre. Anche la Germania si era opposta al cosiddetto tetto sui prezzi del gas per ragioni di principio. Le regole del mercato vanno rispettate. Per un Paese che sinora ha vissuto di export, creare un precedente diventa pericoloso. In futuro può sempre alzarsi qualcuno a lamentarsi del predominio commerciale tedesco e chiedere di imporre limiti. C’era poi il retropensiero di non irritare Mosca per timore di ritorsioni ovvero della chiusura totale dei rubinetti del gas. Ci ha pensato però Putin stesso a liberare il governo tedesco dall’angoscia. Adesso anche a Berlino si accorgono che la logica commerciale è saltata. Vale solo quella di guerra. Situazioni appunto eccezionali che rendono le regole di mercato non adeguate per far fronte ad una condizione che di economico ha solo il prezzo da pagare. Sembra che anche a Bruxelles se ne siano accorti e Ursula von der Leyen in un intervento non a caso nella sede del ministero dell’Economia di Berlino ha spiegato ai suoi connazionali che quello che prima era teoria è diventato pratica: se l’Europa si divide ai singoli Stati non rimarrà che trattare con Putin da soli. Si può immaginare con quale potere contrattuale Varsavia per esempio dovrebbe chiedere gas agli odiati russi. Ed anche per Berlino non sarebbe una passeggiata. La quarta potenza economica mondiale sotto schiaffo. Esposta ai ricatti di Mosca e soggetta alla sua egemonia politica.

La consapevolezza di non aver margine di manovra sta inducendo gli Stati a rinunciare alle loro ambizioni di gestire da soli la crisi. Anche i simpatizzanti pro Putin in Europa devono fare un bagno di realismo. I prezzi delle bollette sono il termometro della febbre. L’ Europa diversamente dai suoi grandi concorrenti America e Cina non ha autonomia energetica ed è alla mercè del fornitore. O si piega o si rafforza. La ragione dice anche ai più forti nella Ue che cedere fette di sovranità alla Russia è sempre peggio che lasciarne all’interno dell’Unione Europea. Ecco perché ora anche nei telegiornali tedeschi alla voce Italia si guarda con solidarietà e comprensione. Siano i migranti o le bollette energetiche i problemi sono gli stessi. Nell’Ue i capitani restano i soliti ma questa volta condividono senza distinzioni lo stesso destino: se la barca affonda annegano tutti.

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