I giovani chiedono adulti credibili

I giovani chiedono
adulti credibili

Si chiude il Sinodo dei giovani; nascono molte domande: a cosa è servito? Che cosa ci dirà? C’è bisogno di tempo: il documento finale è da leggere, ma nelle sue pieghe c’è qualcosa che va riconosciuto e interpretato. Non è inutile tornare al punto di partenza: una sensazione diffusa che rimandava alla questione sul cosa fare per ritrovare il legame con i giovani. È la percezione di una fatica che cresce nella Chiesa a generare una vita di fede. Poterne parlare con persone provenienti da tutto il mondo, aiuta a placare le ansie.

Non perché si possa evitare il problema, ma perché uno sguardo più ampio rivela la possibilità di trovare qualche strada. Credo che il Sinodo abbia messo in evidenza il «paradosso pedagogico» a cui oggi assistiamo. Gli adulti di oggi, giovani fino a ieri, sono cresciuti con uno schema ben preciso: i grandi sanno, quindi dicono ai piccoli cosa devono fare; chi cresce è sguarnito, chi è maturo è attrezzato. Per la prima volta, nella storia, l’azione educativa deve prendere atto che non è più così: chi è giovane ha già a disposizione molte delle informazioni che l’adulto vorrebbe consegnare. Anzi: sono i più giovani che spesso hanno in mano le chiavi per comprendere questo tempo e per interpretarlo. Gli adulti sono abbastanza spiazzati.

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