I giovani disoccupati
Risposte urgenti

Non bastassero i bollettini quotidiani sul Covid in aumento, ci si mette anche l’Istat a darci notizie disforiche. Nel secondo trimestre del 2020 gli occupati sono diminuiti, a causa dell’emergenza sanitaria e del lockdown, di 470.000 unità rispetto al primo trimestre e di 841.000 unità rispetto al secondo dell’anno scorso. A perdere il lavoro non sono stati solo i lavoratori dipendenti con contratto non superiore a 6 mesi (ben 428 mila nel secondo trimestre), ma soprattutto i giovani, tant’è che il tasso di occupazione della fascia 15-34 anni è sceso al 39,1 per cento (nel 2008 era oltre il 50 per cento). Questo calo ha fatto emergere le solite piaghe endemiche italiane, poiché la diminuzione degli occupati e delle ore di lavoro non è distribuito in maniera uniforme. I divari infatti non aumentano solo per fasce di età, ma anche per sesso (le donne sono le più colpite dalla crisi), per area geografica (ancora una volta il Meridione risulta più penalizzato dalla piaga della disoccupazione nonostante gli ultimi decreti favoriscano le imprese del Sud con sgravi fiscali) e naturalmente per tipo di attività.

Ma la piaga più preoccupante dal punto di vista del mercato del lavoro riguarda i giovani. L’aumento dei divari generazionali non colpisce solo la fascia tra i 15 e i 34 anni: anche per i 35-49enni il tasso di occupazione cala di 1,6 punti, quello di disoccupazione di 1,8 punti e quello di «inattività» mostra un incremento di 3,3 punti. Sempre guardando al gruppo «15-24», il peggior Paese europeo per disoccupazione giovanile è la Grecia, con un tasso vicino al 40 per cento. Seguono la Spagna, al 32,7 per cento, e l’Italia, al 31,4. Il miglior risultato in termini di occupazione giovanile, invece, si registra in Repubblica Ceca, che conta solo circa il 2 per cento di giovani inattivi. Seguono la Polonia, con il 2,9 per cento e l’Olanda, con il 3 per cento. Ricordiamo che il tasso di disoccupazione giovanile - soprattutto nel Mezzogiorno - può anche essere indice di una probabile diffusione del lavoro nero, oltre che di una crisi endemica. Inoltre, in un Paese con tante aziende a conduzione familiare, spesso i ragazzi iniziano a lavorare in maniera «informale», per poi essere messi in regola in un secondo momento. Il lavoro sommerso di fatto altera non poco, in particolare in Italia, i dati relativi alla disoccupazione giovanile.

Un Paese che non pensa alle nuove generazioni non ha futuro. Eppure nei provvedimenti d’emergenza del Governo non c’è nulla per i giovani, che sono i più colpiti dalla crisi, l’anello debole di un’economia messa in ginocchio dalla pandemia che fa fatica a rialzarsi. Il decreto Rilancio prevede 55 miliardi (una somma pari a ben due manovre economiche) per aiutare famiglie e imprese, sostiene moltissime categorie e comparti in grosse difficoltà come il turismo, ma delle nuove generazioni nemmeno l’ombra. Beninteso, nemmeno i Governi precedenti si sono comportati diversamente. C’è una cultura degna del mito di Crono imperante in Italia. Eppure far lavorare i nostri ragazzi è una necessità. Si è sempre detto che una classe politica mediocre pensa al presente, una di alto profilo, lungimirante, pensa alle future generazioni.

La verità è che esiste una cultura politica imperante che fa ricadere sulle famiglie il compito di occuparsi di loro (non a caso c’è chi dice che siamo diventati «la Repubblica delle paghette»). Del resto in Italia i ragazzi che dipendono dai genitori raggiungono, secondo stime di vari istituti, il 50 per cento (in Francia sono il 30, in Germani il 26 per cento). Speriamo che gli ingenti fondi provenienti dal Recovery Fund tengano conto di quest’esigenza (ad esempio sotto forma di incentivi fiscali per chi assume lavoratori under 30, forme di tirocinio in azienda per gli studenti e un maggiore rapporto tra atenei e aziende). Finora, le premesse lasciano poco da sperare.

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