Il governo
trattiene
il respiro

A questo punto, gli occhi sono puntati sulla data del 15 novembre. È quella la data in cui potrebbe essere deciso il lockdown generalizzato e nazionale. Naturalmente nessuno vorrebbe arrivare a prendere una simile decisione, tantomeno il governo: il presidente del Consiglio Conte lo ha ripetuto più volte, e del resto la strategia «a zone» che è stata attuata in queste ultime settimane serve proprio a differenziare le situazioni da quelle più gravi a quelle meno, in modo tale da non tornare a paralizzare l’Italia come si fece in primavera. E tuttavia, dopo la stretta delle regioni passate da giallo ad arancione, ora l’Istituto Superiore di Sanità annuncia un nuovo giro di vite che comprende non solo la Campania, come tutti si aspettavano, ma anche il Friuli Venezia Giulia, l’Emilia Romagna e Veneto: la Penisola sta per diventare un quadro più rosso-arancione che giallo e molti sono certi che ci saranno ulteriori passi in avanti.

Si dovrà aspettare la prossima settimana per verificare se la curva dei contagi riesce a flettere un po’ a forza di Dpcm, ieri qualcosa è successo e tuttavia gli ospedali soffrono, le terapie intensive si stanno riempiendo, in parecchi lanciano grida d’allarme e l’Ordine dei medici non si stanca di chiedere che tutto venga chiuso.

Contemporaneamente il governo deve fare i conti con una popolazione che, forse per stanchezza o forse per disperazione, fa fatica ad adeguarsi alle nuove disposizioni (bastava guardare domenica scorsa il litorale romano o il lungomare Caracciolo a Napoli o la spiaggia di Mondello a Palermo) e adesso il ministero dell’Interno, dopo una prima fase «morbida», fa sapere che non si faranno più sconti a nessun trasgressore.

Il punto politico è se la maggioranza e il governo siano in grado di reggere una situazione di questo genere: l’ultimo Consiglio dei ministri è stato notoriamente un rodeo con punte di tensione altissima che potrebbe acuirsi prossimamente su due punti: la scuola, che sarebbe difficile da mantenere aperta in caso di chiusura generalizzata (anche se in Germania e in Francia hanno fatto proprio come vorrebbe la ministra Azzolina) e la legge di Bilancio che dovrà procedere con un nuovo scostamento di Bilancio per far fronte a tutti i «ristori» che vengono invocati dalle categorie più colpite. Aver portato il debito al livello stellare cui siamo arrivati è già un pesantissimo fardello per Conte e per Gualtieri che naturalmente è possibile solo grazie all’ombrello aperto su di noi dalla Bce, ma andare avanti su questa strada scivolosa non è cosa semplice.

I primi fondi del Recovery fund, circa 20 miliardi, dovrebbero arrivare – ha detto il commissario Paolo Gentiloni – nella tarda primavera dell’anno prossimo, insomma: in estate, cioè parecchio avanti rispetto alle mille necessità del presente. Questo riporta per l’ennesima volta d’attualità la domanda sul Mes: perché non chiedere quei benedetti 37 miliardi a tasso zero e pronta cassa? Il Pd, Italia Viva, Conte, Gualtieri e persino Di Maio sarebbero pronti a spedire la lettera al Fondo salva-Stati, ma hanno paura che la maggioranza salti in aria con il dissenso grillino pronto a scoppiare. È pur vero che se il governo si decidesse a disporre il lockdown nazionale sarebbe più difficile dire no a quei soldi. Molto si capirà quando la legge di Bilancio farà il suo debutto in Parlamento, sempre sperando che il 15 novembre non succeda alcunché e che si possa continuare così.

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