Il rischio urne di un Paese fermo

Il rischio urne
di un Paese fermo

Nessun pasto è gratis, si dice in economia. Vale anche per l’attuale crisi di governo e le conseguenti elezioni anticipate. Se si svolgeranno in autunno, rischiano di costarci parecchio. Una campagna elettorale infatti è densa di promesse, in gran parte impossibili da mantenere. Se ne inventeranno di tutti i colori. Si aggiungeranno a quelle che ancora stiamo smaltendo dalle precedenti elezioni (Quota 100 per le pensioni, Reddito di cittadinanza, etc.) e che hanno portato allo sforamento del deficit e al braccio di ferro con l’Europa. Il problema è che l’Italia si è fermata e dunque – tra le mille conseguenze negative – produce meno reddito, meno occupazione e meno gettito fiscale: il Prodotto interno lordo non supera lo 0,1%.

A tutto questo dobbiamo aggiungere il problema endemico del nostro ipertrofico debito pubblico, sempre meno sostenibile, il deficit eccessivo, il contenzioso mai sedato con Bruxelles. I vecchi commissari ci hanno risparmiato la procedura d’infrazione grazie anche al certosino lavoro di mediazione del premier Giuseppe Conte e del ministro dell’Economia Giovanni Tria; ma l’Unione europea non ha certo rinunciato a tenerci sotto osservazione. Nonostante l’avanzata europea dei sovranismi (che non hanno sfondato), la nuova Commissione non è certo diversa dalla precedente ed esprime ancora in maggioranza le forze europeiste liberal-popolari. Non è cambiato nulla circa il rispetto dei trattati e dei vincoli di Maastricht. Anzi. Al timone c’è Ursula von der Leyen, tedesca di Germania, principale Stato membro che, come è noto, è sempre stata un falco nei vincoli di bilancio. Quale sarà la nostra risposta ai moniti di Bruxelles? Minacciare di uscire dall’euro o dall’Unione come gli inglesi (che stanno già pagando profumatamente la loro Brexit in termini di economia e occupazione) e provocare un’impennata dell’inflazione, la «tassa dei poveri»?


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