Il valore
di un servizio

Nella legge di Bilancio è previsto l’aumento delle indennità dei sindaci, ma non è ancora partita la solita indignazione. Eppure, l’aumento va dal 33% al 130%. Dove è finita l’antipolitica? Fino a ieri era argomento tabù, ma ci piacerebbe pensare che l’Italia stia lentamente rendendosi conto di quanto sia importante l’impegno civile di chi si dedica alla cosa pubblica. E allora parliamone apertamente. Non ci si può lamentare della scarsa qualità della politica, di parlamentari che non conoscono storia, geografia e congiuntivi, se non si applica mai un criterio di meritocrazia. Si è visto alle ultime amministrative, con l’assenteismo degli elettori giustificato anche da talune imbarazzanti candidature, perché chi ha preparazione, mestiere, competenza preferisce stare alla larga.

Attenzione: non si vuole dire che pagare fa la differenza, ma che se valuti così poco un lavoro tanto importante, dà l’impressione che in realtà valga poco anche il ruolo. C’è chi lo farebbe gratis, anzi spesso lo fa davvero gratis perché lascia il gettone nelle casse del Comune, che di norma sono sempre piangenti. Ma sbagliano anche questi amministratori generosi, perché non è più – da circa un secolo - il tempo della politica riservata ai benestanti che inorridivano all’idea di farsi pagare.

Il punto vero è che ci si deve render conto di quanto sia difficile, rischioso e spesso amaro il ruolo di un sindaco.

Se lo hai fatto per ambizione ed orgoglio non c’è nulla di male. L’eccitazione della vittoria, la solennità dell’insediamento sono impagabili (per gli assessori nemmeno quello; per i consiglieri comunali la gioia di un giorno, e poi gettoni da 10 euro a presenza…). Poi, però, comincia la prosa della routine, per un impegno che è h24. Il cittadino pretende una disponibilità totale e la sollecita talora con aggressività (sui social, poi…).

Nei piccoli centri, il campanello della porta di casa suona a qualsiasi ora e nessuno lo fa per ringraziarti. Anzi, non ti si perdona niente. La magistratura è sempre pronta a contestarti l’abuso di ufficio per una firma non meditata (e se è troppo meditata è considerata incapacità) e molti giornali mettono subito il mostro in prima pagina. I rischi penali e civili sono talora insopportabili (e l’avvocato te lo devi pagare tu), l’esposizione mediatica non è mai per le cose buone.

Il riconoscimento economico non è uno stipendio (che prevede previdenza, ferie, permessi, qui inesistenti). Non a caso si chiama indennità, che vuol dire risarcimento. Lo stipendio è il corrispettivo del lavoro, ma quello politico-amministrativo non è un lavoro. È un servizio a termine assegnato dal voto, e oggi (ieri era diverso) ti impedisce di fare altro.

In un celebre discorso, Nilde Iotti sostenne provocatoriamente che il politico eletto non è un cittadino «comune» come sempre si dice in questi casi, e le guarentigie (inesistenti per i sindaci) non sono privilegi, ma appunto garanzie stabilite per un interesse generale, ad esempio l’autonomia economica. Difficile da far capire in tempi come questi, ma tutto si tiene: se cade una cosa, tutto il resto di una costruzione democratica finisce per soffrirne.

Nella piramide dei sindaci, questo discorso sulla eccezionalità dell’impegno, vale tanto più quanto scendi verso la base. Provate ad amministrare un piccolo Comune, a fronteggiare una pandemia, un’alluvione o semplicemente il distacco della corrente elettrica. Se il sindaco di un Comune di 3.000 abitanti riscuoterà anziché i 1.200 euro di oggi, il 33% in più, è persino troppo poco. Se quello di un capoluogo con più di 100 mila abitanti verrà compensato con 8 mila euro anziché 3.500, pensate a quanto percepiscono i dirigenti delle aziende municipalizzate di quel Comune e quanto chi nel privato è responsabile di una grande organizzazione. Il problema vero non è quanto «costa» un politico, ma quanto costano i suoi errori, se è un incapace, o se fa salire lo spread per far propaganda.

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