La lezione di papà Gino su amore e civiltà

ITALIA. «È ora di lasciarti andare». Sale sull’altare alla fine della celebrazione dei funerali della figlia Giulia, papà Gino Cecchettin per darle l’ultimo saluto.

L’unico che avrebbe diritto di gridare tutta la sua rabbia e chiedersi – come un Giobbe, uomo giusto e retto colpito dall’abisso della sventura, da «questa pioggia di dolore che sembra non finire mai» - dov’è Dio e a gridare tutta la sua rabbia. E invece, commosso e provato ma pacato come in tutti questi giorni, ci dà una lezione di amore e di civiltà, tanto da scusarsi per non essere riuscito a dare riscontro a tutti in questi giorni di infinita sofferenza. «Cercherò le parole giuste», esordisce, e le trova invitando tutti a contrastare la violenza sulle donne, con quel fiocchetto rosso simbolo della lotta ai femminicidi e su qualunque sopruso di genere. È stato efficace e convincente, perché la potenza e la penetrazione delle idee viaggia su parole gentili.

Ci racconta di Giulia, che «era proprio come l’avete conosciuta, una giovane donna straordinaria. Allegra, vivace, mai sazia di imparare. Ha abbracciato la responsabilità della gestione familiare dopo la prematura perdita della sua amata mamma». Poi l’appello, nella sua incredibile lucidità e compostezza, alle responsabilità; tante, ma una su tutte: «Quella educativa ci coinvolge tutti: famiglie, scuola, società civile, istituzioni, mondo dell’informazione».

Si rivolge agli uomini, li invita a essere «agenti di cambiamento, sfidando la cultura che tende a minimizzare la violenza da parte di uomini apparentemente normali». Chiede che la morte di sua figlia sia un punto di svolta. E si rivolge a chi è genitore come lui: «Insegniamo ai nostri figli il valore del sacrificio e dell’impegno e aiutiamoli anche ad accettare le sconfitte. Creiamo nelle nostre famiglie quel clima che favorisce un dialogo sereno perché diventi possibile educare i nostri figli al rispetto della sacralità di ogni persona, a una sessualità libera da ogni possesso e all’amore vero che cerca solo il bene dell’altro». Cita un aforisma di Gibran tratto dal Profeta, di solito letto ai matrimoni, non ai funerali: « Il vero amore non è né fisico né romantico. Il vero amore è l’accettazione di tutto ciò che è, è stato, sarà e non sarà. Le persone più felici non sono necessariamente coloro che hanno il meglio di tutto, ma coloro che traggono il meglio da ciò che hanno. La vita non è una questione di come sopravvivere alla tempesta, ma di come danzare nella pioggia». Significa che l’esistenza va affrontata, va «sopportata» anche nelle sue avversità.

E conclude: «Io non so pregare, ma so sperare: ecco voglio sperare insieme a te e alla mamma, voglio sperare insieme a Elena e Davide e voglio sperare insieme a tutti voi qui presenti: voglio sperare che tutta questa pioggia di dolore fecondi il terreno delle nostre vite e voglio sperare che un giorno possa germogliare. E voglio sperare che produca il suo frutto d’amore, di perdono e di pace». In un mondo in cui il linguaggio dell’odio trova tanto spazio, una lezione di amore, di rispetto e di civiltà ci viene da colui che avrebbe diritto alla recriminazione e all’intemperanza. Una lezione così pacata e profonda che finisce per graffiare l’anima di noi uomini. È lui, Gino Cecchettin il simbolo del riguardo che si deve all’universo femminile, il punto di svolta vivente, dolente, della guerra contro la cultura machista e patriarcale. Ha chiesto con pacatezza di mettere da parte ogni rancore per sminare quel campo culturale, pieno di erba cattiva, capace di rendere esplosiva la violenza. «Perché da questo tipo di violenza, che è solo apparentemente personale e insensata, si esce soltanto sentendoci tutti coinvolti. Anche quando sarebbe facile sentirsi assolti».

Le parole di Gino Cecchettin si legano a quelle di un altro padre nobile, di un padre della patria potremmo dire: il capo dello Stato Sergio Mattarella, che ha sollecitato un cambiamento radicale, anche di carattere culturale, contro la cultura maschilista, sottolineando il valore del rispetto della vita, da riaffermare con determinazione. Sono loro i primi (e per fortuna non gli ultimi) a porsi in senso sideralmente opposto rispetto a qualunque violenza di genere e a riscattare l’universo maschile dalle macchie e dalle ombre di cui si è circondato e che i femminicidi rendono evidente in tutta la loro crudeltà.

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