La natalità è
un valore,
non Isee

Dal 1° luglio, in Italia, una giovane coppia formata da una lavoratrice autonoma e da un disoccupato, con un reddito Isee di 15.000 euro, avrà diritto a ricevere 83,5 euro al mese per il primo figlio, accumulando un totale di oltre 10.000 euro quando il figlio sarà in quinta elementare. Finora, invece, la stessa coppia non aveva mai ricevuto alcunché, a differenza di un’ipotetica coppia di amici col medesimo reddito ma che in virtù di un contratto di lavoro dipendente di uno dei due ha sempre ricevuto sostegni economici come gli assegni familiari.

Basterebbe questo a dare l’idea dell’ingiustizia «sanata» dal Governo col varo dell’«assegno ponte» per i figli di autonomi, disoccupati e percettori di reddito di cittadinanza, cioè all’incirca 2,7 milioni di minori nel nostro Paese.

Tuttavia ci sono almeno due obiezioni alla norma appena approvata che occorre considerare. La prima è che la misura transitoria in questione non è poi così «universale» come annunciato. L’assegno ponte, infatti, è più generoso per famiglie con un Isee fino a 7.000 euro (167,5 euro per figlio), si assottiglia rapidamente per i nuclei più fortunati (30 euro per Isee tra i 40 e i 50 mila euro), e si interrompe quando l’Isee supera i 50 mila euro. Se la natalità è un valore, in un Paese che attraversa da almeno tre decenni un rigido inverno demografico (oggi una donna italiana ha in media 1,3 figli, ne servirebbero 2,1 per mantenere una popolazione stabile nel tempo), non si capisce effettivamente perché la stessa non debba essere incentivata nel caso di chi abbia un Isee superiore ai 50.000 euro.

Seconda obiezione: non sarà un’elargizione dello Stato a convincere le coppie di italiani ad avere un figlio o un figlio in più. «Non è l’intervento pubblico che può creare una trasformazione. (…) Serve più fiducia nel futuro» mentre noi «siamo una società spaventata», ha detto il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, aggiungendo che «il futuro si programma se c’è un ambiente in cui tutti si muovono, crescono». C’è del vero in questo ragionamento, considerato che la denatalità italiana - e occidentale - è dovuta a mutamenti socio-culturali di lungo termine piuttosto che a un calo temporaneo del reddito pro capite.

Per una volta, però, esistono motivi validi per essere ottimisti. Innanzitutto - rispondendo alla prima obiezione - perché l’«universalità» del sostegno alla natalità è apertamente perseguita dal legislatore. L’assegno unico per i figli, nella sua forma definitiva, scatterà infatti dal 2022, varrà per lavoratori dipendenti e autonomi allo stesso modo, e a quel punto sostituirà e riunirà in un’unica soluzione tutti i sostegni oggi previsti per le famiglie. Fino a quel momento ci sarà modo di insistere nel dibattito pubblico per ribadire che le politiche familiari e nataliste sono radicalmente diverse dalle pur legittime politiche anti povertà. Se concepire un figlio ha un valore sociale riconosciuto, allora una scelta in tal senso va incoraggiata a prescindere dalla dichiarazione dei redditi dei genitori. Per essere coerenti con il giusto approccio teorizzato dal legislatore, ha notato Massimo Calvi sul quotidiano Avvenire, «bisognerà trovare risorse aggiuntive. (…) La famiglia, in questo senso, si merita più dei 6 miliardi stanziati (dal gennaio 2022, ndr), se si pensa che questa è la stessa cifra spesa per aumentare di 20 euro il “bonus” fiscale per i dipendenti con redditi medi».

Altro motivo di ottimismo risiede nel percorso politico dell’assegno ponte appena approvato. Il Governo ha agito su input delle forze politiche che in Parlamento si sono dimostrate trasversalmente favorevoli alla misura universalistica. L’esecutivo, da parte sua, ha mantenuto una promessa ormai annosa, e non poteva essere altrimenti dopo l’allarme lanciato con toni senza precedenti dal presidente del Consiglio Draghi, per il quale «un’Italia senza figli è un’Italia destinata lentamente a invecchiare e scomparire». Se la politica confermerà nei prossimi mesi di essersi definitivamente lasciata alle spalle la corsa ai bonus una tantum che durano il tempo di una campagna elettorale, allora ecco che – rispondendo alla seconda obiezione – avrà fatto la sua parte nel ristabilire un po’ di quella fiducia nel futuro che è il vero movente della scelta di concepire un figlio.

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