La Prima Repubblica, quei politici
di spessore

La scomparsa di Ciriaco De Mita ci fa rituffare a pieno nella storia della cosiddetta Prima Repubblica. Il parlamentare di Nusco può essere considerato infatti uno dei «grandi», uno dei «cavalli di razza» - per riprendere un’espressione famosa di Donat Cattin - del primo partito italiano. Lo è stato per le cariche ricoperte: presidente del Consiglio dal 1988 al 1989, segretario della Dc dal 1982 al 1989, ministro più volte nonché deputato sempre riconfermato a partire dal 1983.

Ma lo è stato soprattutto per il ruolo di primo piano che egli ha ricoperto negli anni cruciali in cui la Balena bianca ha visto messo in discussione il suo predominio. Ripercorrere la biografia di De Mita significa affrontare almeno tre grandi questioni della politica italiana che rivestono tuttora una grande attualità. Primo: la qualità della classe dirigente. L’avvocato d’Italia, Gianni Agnelli, usò nei confronti del leader Dc un’espressione ironicamente irriguardosa: lo definì «un tipico intellettuale della Magna Grecia». Alludeva alla tortuosità dei suoi ragionamenti politici, tipici più di un sofista di duemila anni fa che di un politico del Novecento.

Riguardandolo alla luce dello spettacolo deprimente che ci offre la classe politica d’oggi, possiamo tranquillamente affermare che De Mita sia stato un figura, sì di politico professionale, ma senza dubbio di un politico di grande spessore, abituato a riflettere e ad approfondire le questioni prima di parlare. L’esatto contrario dell’improvvisazione e dell’incompetenza che contrassegna la politica dell’uno vale uno.

Abbiamo detto del bene ma non possiamo tacere anche del male della Prima Repubblica. A partire dal vizio principale che l’ha poi portata al suo affossamento: trattare le cariche istituzionali col criterio dello scambio di posizioni di potere. Ne fu responsabile egli stesso quando nel 1987 richiese a Craxi, premier in carica, il rispetto del cosiddetto «patto della staffetta» che prevedeva il passaggio del testimone di capo del governo dal segretario del Psi al segretario della Dc nell’ultimo anno della legislatura. In secondo luogo, la figura di De Mita ci porta a considerare la specificità di un partito come la DC, «condannata - come disse Giulio Andreotti, uno che quella condanna ha saputo sopportare con grande acquiescenza - a governare», ossia a godere del privilegio di essere il partito insostituibile di ogni possibile maggioranza, e quindi arbitro di ogni soluzione di governo.

Anche in questo caso con i vantaggi e gli inconvenienti del caso. Cominciamo con i vantaggi: l’Italia in tutta la stagione della guerra fredda ha goduto di una grande stabilità politica, condizione primaria per il consolidamento della democrazia e della crescita economica; due processi che alla fine della guerra mondiale non erano per nulla scontati. È vero anche che la stabilità politica è stata pagata con una grande instabilità governativa nonché con l’inamovibilità del ceto di governo e quindi con il deterioramento del costume politico: cooptazione delle cariche, clientelismo, affarismo, premesse tutte di Tangentopoli.

In terzo luogo, la figura di De Mita ci riporta al grande travaglio che la Dc ha vissuto nel momento in cui la sua egemonia viene contestata, non dal maggior partito d’opposizione, ma direttamente dai suoi alleati. Nel 1981 sono i repubblicani a strapparle la guida del governo con Giovanni Spadolini e soprattutto nel 1983 i socialisti con il loro segretario, Bettino Craxi.

È proprio col duello De Mita-Craxi che si gioca l’ultima stagione della Prima Repubblica. Un duello all’arma bianca per la conquista dello scettro del potere. Finito com’è finito, non con la vittoria di uno dei due contendenti, ma con il collasso dell’intero sistema politico.

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