«Lacrime e sangue»
Ma i politici svicolano

In tempi di sondocrazia (la democrazia dei sondaggi) nessuno si scandalizza più che i politici compiano le loro scelte puntando gli occhi sull’indice di popolarità. Cavalcare l’onda dei like è una tentazione allettante, oltre che redditizia, alla quale è difficile resistere. Questo, però, può valere in tempi normali. In tempi eccezionali, come quelli che stiamo vivendo, rischia di risolversi in un cattivo affare. Nella prima fase della pandemia è prevalsa l’ansia. Un sentimento che induce a rivolgersi alla politica nella ricerca di una tutela. Con l’esplodere di una crisi economica, che si annuncia di una gravità straordinaria, sta subentrando una vivissima preoccupazione e la preoccupazione suscita un atteggiamento meno proclive alla fiducia e più vigile verso l’operato del governo. Per i politici non funziona più il gioco della ricerca di una facile popolarità. È richiesto loro lo sguardo lungo sui danni in arrivo nei prossimi mesi, forse – temiamo – nei prossimi anni.

La prova sarà durissima. Si capisce che, preoccupati dell’impopolarità che comporta una cura «lacrime e sangue», un po’ tutti i leader svicolino. Il premier Conte cerca di rassicurare l’opinione pubblica promettendo una pronta ripartenza grazie alla «potenza di fuoco» dell’intervento finanziario deciso, «il più grande dalla fine della guerra». Salvini, così come la Meloni, invocano non prestiti da rimborsare, ma soldi veri a fondo perduto per non togliere il futuro a imprese e lavoratori. Non si vede in giro nessuno che abbia un’idea concreta di come rimotivare gli italiani a non arrendersi.

S’è invocato da più parti il ripristino di quella solidarietà nazionale che alla fine della guerra permise una prodigiosa ripartenza. Allora, però, gli italiani si rimboccarono le maniche e a suon di fatica e di sudore propiziarono «il miracolo economico». Ci fu allora, è bene precisarlo, anche una politica capace di favorire una pronta ricostruzione con politiche economiche stimolatrici di crescita e sviluppo. Proprio questo a noi manca. I partiti fanno a gara a elargire sussidi (di cittadinanza, di emergenza, di contrasto alla povertà, ecc.) e a creare debito. Altro che sviluppo. La politica resta prigioniera della tirannide della popolarità. Non crede proponibile una strategia di lungo respiro proprio perché pensa che, se porterà consenso, lo porterà troppo tardi.

Conte procede a zig zag. Cerca di evitare il peggio sul fronte della sanità, senza preoccuparsi troppo delle pesanti ricadute che porta un blocco prolungato dell’attività economica. L’alto indice di popolarità che continua a premiarlo lo incoraggia a proseguire su questa strada. Ma sorprende ancor più la strategia adottata da Salvini. Sarebbe questo il momento giusto per l’opposizione di far conoscere la propria ricetta capace di scacciare l’incubo della disoccupazione, dei fallimenti, della povertà in arrivo. È su questo fronte che l’Italia produttiva, dell’impresa e del lavoro attende l’Italia politica. Il leader della Lega sembra prigioniero del suo passato, di quando, conquistata la guida dei Lumbard, ha saputo risollevarne le sorti con la guerriglia scatenata nelle piazze e sulle spiagge. I suoi pezzi forti – lotta all’immigrazione clandestina e alla criminalità – si sono rivelati atout invincibili per conquistare vette di popolarità prima impensabili. Oggi non ha più nella manica altri assi vincenti come quelli. Non può nemmeno pensare di ottenere lo stesso successo trasferendo in parlamento il vecchio metodo del Papete. Ora non ci sono più da guadagnare i gradi di capopopolo. C’è da guadagnare la credibilità di statista.

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