Le armi italiane export autogol

Le armi italiane
export autogol

Il dibattito pubblico sulla migrazione, anche quando non è sguaiato e superficiale, raramente va al fondo delle origini del fenomeno. Si accenna genericamente a guerre, violenze e povertà ma senza approfondire origine e dinamiche. Conflitti e persecuzioni ad esempio sono possibili anche per la grande disponibilità di armamenti. Secondo uno studio presentato in questi giorni dall’Osservatorio permanente sulle armi leggere e politiche di sicurezza e difesa (basato su dati Istat ed Eurostat) nel 2017 per il terzo anno consecutivo cala l’export italiano: il giro d’affari passa da 1,3 miliardi nel 2014 a 1,1 nel 2017 (meno 9,3%).

Una buona notizia, si direbbe. Ma se si leggono i dati nel dettaglio si scopre non solo che proseguono le spedizioni di armi semiautomatiche alle forze dell’ordine e a corpi di sicurezza di regimi autoritari, come Turchia ed Egitto (nel luglio 2018 aumentate di mezzo milione, a due milioni di euro). Soprattutto persiste o cresce l’export verso le zone di crisi da cui provengono i migranti in Italia: Africa settentrionale (30 milioni di euro nel 2017, 12 nel 2016) e subsahariana (11,3 milioni nel 2017, 8,6 nel 2016). Numeri che svelano la grande ipocrisia: con una mano vendiamo armamenti a dittature le cui azioni costringono gli abitanti alla fuga e con l’altra abbiamo la pretesa un po’ paternalista di fermare chi vuole salvarsi da conflitti e persecuzioni perpetrati anche con armi made in Italy.

© RIPRODUZIONE RISERVATA