Le attese sono meno fosche

Italia. Noi esseri umani tendiamo a ricordare le brutte notizie più di quelle positive, abbiamo la propensione a prestare maggiore attenzione alle informazioni negative, alle quali peraltro reagiamo più rapidamente. Gli studiosi lo chiamano «bias di negatività»: è una distorsione cognitiva che si è sedimentata nel corso del processo evolutivo visto che ci rende – in linea di massima – più preparati a fronteggiare potenziali pericoli.

Questa forma di attenzione selettiva, però, può annebbiarci la vista se viene sistematicamente amplificata dal dibattito pubblico, mediatico e politico. È il rischio che stiamo correndo quando analizziamo la situazione economica del nostro Paese.

Le difficoltà per i nostri consumatori e per il nostro tessuto produttivo sono difficili da sottostimare: usciamo a fatica da una pandemia, cui ha fatto seguito una guerra iniziata undici mesi fa alle porte dell’Europa, con un’inflazione elevata come non accadeva da quasi mezzo secolo, solo per citare tre sfide che stiamo fronteggiando. Eppure nelle ultime settimane aumentano i segnali che consigliano di andarci piano col catastrofismo.

Ultimo in ordine di tempo è stato il Centro studi della Confindustria che l’altroieri ha descritto un Paese «tra luci e ombre», con una economia che fa «meglio dell’atteso». Tra le ombre gli industriali inseriscono i prezzi al consumo ancora elevati e la forte stretta sui tassi che rende più costoso indebitarsi (per le famiglie come per le imprese e per lo Stato). A essere meno scontato è l’elenco delle «luci» stilato da Confindustria: il prezzo del gas ai livelli più bassi da oltre un anno, per esempio, o la tenuta del potere d’acquisto totale delle famiglie in termini reali, oltre alla solidità dell’occupazione e al recupero degli indici di fiducia e di Borsa.

Il giorno prima, la Confcommercio, che rappresenta ampia parte del settore terziario, aveva parlato di una fase caratterizzata innanzitutto dalla «“contraddizione” fra le evidenze emergenti dagli indicatori congiunturali». In altre parole, nel nostro Paese da una parte i consumi hanno frenato a fine 2022 a causa di un potere d’acquisto che comincia a essere intaccato dal caro prezzi, dall’altra parte però «l’atteggiamento delle famiglie resta positivo e non si avvertono cambiamenti radicali nei comportamenti d’acquisto». Sempre il Centro studi di Confcommercio alterna previsioni di brevissimo termine negative, come il Pil stimato in calo dello 0,9% a gennaio rispetto al mese prima, e previsioni di medio periodo più fiduciose, come l’inflazione «probabilmente in significativa riduzione nei prossimi mesi».

Il primo «Bollettino economico» del 2023 pubblicato nei giorni scorsi dalla Banca d’Italia conferma, nel modo più autorevole possibile, che il rallentamento che aspetta la nostra economia potrebbe essere meno brusco del previsto. L’istituto presieduto da Ignazio Visco sottolinea, opportunamente, che ogni proiezione economica ha oggi «un carattere puramente indicativo, dato l’attuale contesto di forte incertezza connessa soprattutto con l’evoluzione del conflitto in Ucraina». Detto ciò, da Palazzo Koch si sottolinea come nei mesi estivi il Pil sia cresciuto, superando di quasi 2 punti percentuali il valore pre pandemia, e come ancora fino a novembre l’occupazione sia cresciuta. Da qui la revisione al rialzo delle stime di crescita per il 2022, fino a più 3,9%, e soprattutto per l’anno in corso, fino a più 0,6% (il doppio di quanto previsto a ottobre).

In definitiva, le difficoltà economiche per l’Italia sono tutt’altro che alle spalle, ma come Paese avremo qualche inatteso mezzo in più per farvi fronte. Sarà decisivo non sprecare l’opportunità.

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