Le Poverelle
e il coraggio
di non girare
lo sguardo

«Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Quante volte ci è capitato, anche solo per caso, di sentire più o meno distrattamente questa frase del Vangelo. Ma quando queste parole diventano vita, è quasi impossibile distrarsi. Nella primavera del 1995, a Kikwit l’amore è stato esattamente questo: un taglio sul vivo; la scelta di esserci, oltre la paura. Paura sì, per non dire terrore, per quella strana febbre emorragica che non lasciava scampo, esplosa con tanta forza da accendere i riflettori di tutto il mondo su quell’angolo d’Africa, nella regione sud-occidentale del Congo, in un villaggio ad almeno dieci ore di jeep dalla capitale Kinshasa, distante 520 chilometri e centinaia di buche, più simili a voragini, lungo strisce di terra senza asfalto, attraverso il verde rigoglioso della regione equatoriale.

Un anno dopo la tragedia, la gente era tornata a cantare nella cattedrale colorata di Kikwit, ma nel vicino ospedale vuoto, che aveva contato decine e decine di morti, la paura si percepiva ancora nitidamente: i segni rossi lasciati sulle pareti azzurre dai nastri adesivi dell’isolamento ti dicevano esattamente dove il virus era passato; dove si erano usati litri di formolo per disinfettare; dove erano stati bruciati letti e materassi per cancellare ogni possibile traccia residua di quell’epidemia.

Di fronte a quella paura e a quel dolore, le suore Poverelle non avevano scelto di essere eroiche. Avevano scelto semplicemente di restare, così umane, vicine e possibili. Avevano «solo» scelto di non girare lo sguardo da un’altra parte e di continuare, con coraggio, a fare ciò per cui erano partite: vivere a fianco di uomini e donne che sprofondavano nella povertà, accogliere i malati e curare.

Proprio come scriveva e insegnava don Luigi Palazzolo, fondatore delle Poverelle, in alcune sue lettere: «Io cerco e raccolgo il rifiuto di tutti gli altri, perché dove altri provvede lo fa assai meglio di quello che io potrei fare. Ma dove altri non può giungere, cerco di fare qualche cosa io così come posso». E ancora: «Quanto son più ammalati ed abbandonati, tanto più volentieri io li accolgo».

Fra il 25 aprile e il 28 maggio del 1995, i nomi delle sei suore missionarie morte di Ebola entrarono uno dopo l’altro nelle nostre case, accompagnati dal sorriso disarmante tipico delle persone che non ti chiedono nulla per entrare nel loro cuore: Floralba Rondi, Clarangela Ghilardi, Danielangela Sorti, Dinarosa Belleri, Annelvira Ossoli, Vitarosa Zorza. Floralba, Clarangela e Dinarosa sono state ora riconosciute venerabili per le loro virtù eroiche. Per Danielangela, Annelvira e Vitarosa l’esame della documentazione è ancora in corso.

La notizia arriva a ventisei anni, ormai, dalla loro morte e nel pieno di una pandemia che è diversa sul piano medico, basti pensare che allora il virus Ebola arrivò a un tasso di mortalità superiore all’80%, ma che al tempo stesso è ugualmente tragica, anche solo per la diffusione rapida e mondiale che ha avuto. Oggi come allora non manca la paura. Oggi come allora, e lo si è già visto tante volte, c’è chi resta al suo posto, con coraggio.

Se uno scarto si coglie e chiede ancora di essere colmato, è la distanza di mezzi e di peso: l’Africa continua ad essere dimenticata sulla scena internazionale, anche nell’epidemia attuale, e per quanti sforzi vengano profusi da chi si spende in quelle terre, le condizioni sociali e di assistenza sanitaria sono lontane dalle possibilità dei paesi più ricchi. Il sacrificio delle suore Poverelle contribuì ventisei anni fa ad aprire gli occhi del resto del mondo sul dramma che stava vivendo il Congo. Ma come spesso succede, poi il resto del mondo gira la testa e volge lo sguardo altrove.

© RIPRODUZIONE RISERVATA