Le Poverelle e il coraggio di non girare lo sguardo

Le Poverelle
e il coraggio
di non girare
lo sguardo

«Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici». Quante volte ci è capitato, anche solo per caso, di sentire più o meno distrattamente questa frase del Vangelo. Ma quando queste parole diventano vita, è quasi impossibile distrarsi. Nella primavera del 1995, a Kikwit l’amore è stato esattamente questo: un taglio sul vivo; la scelta di esserci, oltre la paura. Paura sì, per non dire terrore, per quella strana febbre emorragica che non lasciava scampo, esplosa con tanta forza da accendere i riflettori di tutto il mondo su quell’angolo d’Africa, nella regione sud-occidentale del Congo, in un villaggio ad almeno dieci ore di jeep dalla capitale Kinshasa, distante 520 chilometri e centinaia di buche, più simili a voragini, lungo strisce di terra senza asfalto, attraverso il verde rigoglioso della regione equatoriale.

Un anno dopo la tragedia, la gente era tornata a cantare nella cattedrale colorata di Kikwit, ma nel vicino ospedale vuoto, che aveva contato decine e decine di morti, la paura si percepiva ancora nitidamente: i segni rossi lasciati sulle pareti azzurre dai nastri adesivi dell’isolamento ti dicevano esattamente dove il virus era passato; dove si erano usati litri di formolo per disinfettare; dove erano stati bruciati letti e materassi per cancellare ogni possibile traccia residua di quell’epidemia.

Di fronte a quella paura e a quel dolore, le suore Poverelle non avevano scelto di essere eroiche. Avevano scelto semplicemente di restare, così umane, vicine e possibili. Avevano «solo» scelto di non girare lo sguardo da un’altra parte e di continuare, con coraggio, a fare ciò per cui erano partite: vivere a fianco di uomini e donne che sprofondavano nella povertà, accogliere i malati e curare.

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