Le risposte all’Italia invecchiata e disillusa

Il commento.Con il consueto, suggestivo stile ereditato dal fondatore Giuseppe De Rita, il nuovo rapporto Censis (il 56°) dipinge un Paese «entrato nel ciclo del post-populismo», che detiene il primato europeo dei Neet (i giovani che non lavorano né studiano, sospesi in una sorta di limbo esistenziale), dove le aule scolastiche e i reparti di natalità sono sempre più vuoti a causa della contrazione demografica, dove gli anziani bisognosi di cure aumentano e la sanità deve affrontare una carenza di personale.

Poveri vecchi, verrebbe da dire. Nel Paese c’è una spiccata tendenza all’invecchiamento e all’impoverimento. In questo quadro noi italiani siamo diventati sempre più fatalisti e disillusi. Non crediamo più di poter migliorare il nostro futuro, siamo diventati «malinconici», spaventati dagli eventi globali sempre più prossimi che possono inaspettatamente compromettere presente e futuro. Mentre i nostri giovani sono stanchi perfino delle sirene degli «influencer» (ritenuti gente «senza competenze certe»). Siamo anche sempre più indignati dallo sfoggio di denaro e dalle diseguaglianze economiche ostentate nella vita e sui social. Come sono lontani i ruggenti anni ’90!

Sono stanchi e sfiduciati gli italiani usciti dal lockdown. Otto su 10 non sono più disposti a fare sacrifici per cambiare, né per seguire la moda, né per fare carriera. Il report del Censis arriva dopo la drammatica sequenza di eventi che ci sta rovinando la vita: il Covid, la guerra in Ucraina, l’inflazione in crescita e la crisi energetica. Un poker micidiale che va a sommarsi alle vulnerabilità preesistenti e che determina «una rinnovata domanda di prospettive certe di benessere». L’inflazione con aumenti dei prezzi che non si vedevano dagli anni ’80 si fa sentire: il 92,7% degli italiani è ben convinto che il fenomeno durerà a lungo, il 76,4 pensa che le entrate familiari nel prossimo anno non aumenteranno, quasi il 70 pensa anzi che il proprio tenore di vita peggiorerà. Diventano quindi «socialmente insopportabili» le forbici economiche: il gap tra i salari dei manager e quelli dei dipendenti (odioso per l’87,8%) ma anche gli eccessi, i jet privati e le auto costose. Ma gli italiani sono anche disillusi. Non si registrano «intense manifestazioni collettive come scioperi, manifestazioni e cortei» e a comprovarlo c’è anche il dato record dell’astensione elettorale.

C’è piuttosto un ripiegamento in sé: «Una filosofia molto semplice - annota il Rapporto – “lasciatemi vivere in pace nei miei attuali confini soggettivi”». Una tentazione alla «passività» che si riscontra in un cittadino su due. Vengono ribaltate anche alcune tendenze. Milano guida la graduatoria delle province in base ai reati denunciati in rapporto ai residenti, con 59,9 reati ogni 1.000 abitanti, a fronte di una media nazionale di 35,7. Napoli è «solo» al decimo posto (42,2). Nell’ultimo decennio sono aumentate solo alcune fattispecie di reato contro la persona, come le violenze sessuali: erano 4.689 nel 2012, sono 5.274 nel 2021. Crescono anche le estorsioni, che rappresentano, secondo il Censis, «una spia della pressione della criminalità organizzata» che aumenta nei periodi di crisi economica. Infine, aumentano tutti i reati informatici.

Invecchia pure il personale sanitario: l’età media dei 103.092 medici del Sistema sanitario nazionale è di 51,3 anni, tra gli infermieri è di 47,3 anni. Si stima che nel 2022-2027 i pensionamenti tra i medici saranno 29.331 e 21.050 tra gli infermieri. Dal 2008 al 2020 il rapporto medici/abitanti è passato da 19,1 a 17,3 per 10mila abitanti, mentre quello relativo agli infermieri da 46,9 a 44,4 per 10mila. Una crisi che la pandemia ha fatto esplodere in tutta la sua drammaticità. Un Paese così, se non cambia le sue politiche familiari e sanitarie e non attira nuova linfa vitale attraverso l’immigrazione, è destinato a morire.

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