Liberare il desiderio

Liberare
il desiderio

Non è raro associare alla Quaresima l’immagine di un tempo oberato da pratiche faticose e magari un po’ tristi. Diffuso è pure il disagio nei confronti del vocabolario del sacrificio e della mortificazione: di suo, la vita non pone già di fronte a frustrazioni e delusioni che ci ricordano impietosamente la nostra impotenza? Che bisogno c’è di infliggersene di proposito? Soprattutto, come può essere degno di Dio ciò che mortifica l’uomo? Qui trova alimento il sospetto che il cristianesimo sia viziato in radice da una morale del risentimento, complice di un dio che troverebbe gloria nel far penare le sue creature. In effetti, una religiosità che fosse costruita sul disprezzo del nostro ingegno e della nostra sensibilità non accrescerebbe la devozione, ma la superstizione.

Nel caso migliore fornirebbe l’alibi ad un’ansia di prestazione, che, nelle cose di religione, è una forma subdola di superbia. Gesù stesso non è affatto tenero nei confronti dell’ipocrisia di coloro che ostentano le loro buone opere, sperando di ottenere ammirazione e prestigio, sostituendosi di fatto a Dio. La denuncia dei rischi non può occultare, però, la straordinaria opportunità che la Quaresima offre, anche a chi non crede. Quella di liberare il desiderio. A scanso di equivoci, l’obiettivo di liberarci dai desideri, oltre che impresa impossibile, sarebbe da respingere con risolutezza, perché vorrebbe dire soffocare ciò che ci rende vivi e ci fa uscire da noi stessi. Ma, allora, da cosa il desiderio ha bisogno di essere costantemente liberato? Dall’idolatria.

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