L’industria del futuro: serve un fondo sovrano Ue

Economia. Il tema della politica industriale si propone oggi con rinnovato interesse sia in ambito politico sia per la ricerca economica. Negli ultimi anni, i capi di Stato di molti Paesi membri dell’Ue ne hanno sottolineato in più occasioni l’importanza.

Il compito della politica industriale, per incanalare al meglio il processo di trasformazione strutturale dell’economia, è sostenere le trasformazioni delle imprese, determinando le condizioni di contesto più favorevoli a realizzare investimenti ad alto valore aggiunto e creare occupazione stabile e qualificata. Per raggiungere questi obiettivi, si avvale strumenti sia normativi sia economici, come regolamentazione, divieti, sgravi fiscali, sussidi. In particolare, sui sussidi alle imprese, detti «aiuti di Stato», in Europa c’è un grande dibattito.

Ad alimentarlo, ha contribuito quanto sta avvenendo negli Usa con l’amministrazione Biden che, con l’approvazione dell’Inflation reduction act e il Chips and science act, ha varato un programma sostenuto da centinaia di miliardi di dollari di sussidi federali alle imprese, concentrati in pochi anni. Lo scopo è sviluppare rapidamente un’industria basata su tecnologie verdi, produzione di energie rinnovabili e di semiconduttori. Anche la Cina, che si propone di assumere il ruolo di prima potenza economica mondiale, sta fornendo un notevole sostegno finanziario alle industrie tecnologiche con politiche industriali che si stanno da tempo concentrando sulla difesa delle produzioni proprie e sull’acquisizione di sempre maggiori fette di mercato. In presenza di questa situazione internazionale, si è aperto in Europa un dibattito che evidenzia ancora una netta spaccatura tra i Paesi favorevoli a una maggiore concessione di aiuti di Stato alle imprese e quelli sostenitori del «libero mercato», che frenano perché temono ripercussioni negative sul piano della concorrenza. Temono, in particolare, che nazioni con maggiori disponibilità finanziarie, come la Germania, possano avvantaggiare le proprie imprese in ambito comunitario.

Lo scenario internazionale, ormai delineato in modo irreversibile, ci pone un tema globale fondamentale che è dover aumentare i livelli degli investimenti in tutti i Paesi, per sostenere la crescita e aumentare l’offerta. Questi obiettivi non sono stati raggiunti nei Paesi occidentali, nonostante l’eccesso di liquidità creato negli ultimi tre anni negli Usa e in Europa. Ciò dimostra che il «mercato» non è stato in grado, da solo, di aumentare il tasso d’investimento e indirizzare le risorse per aumentare l’offerta di beni e servizi nella direzione necessaria. Per raggiungere questi obiettivi, gli aiuti di Stato possono avere un ruolo decisivo. Se uno Stato è in grado di sostenere un’industria innovativa, del suo sviluppo possono beneficiare anche altre imprese situate in altri Paesi. Se, ad esempio, la Germania con aiuti di Stato riesce a dare impulso all’industria delle auto, le industrie italiane che forniscono componenti ne possono trarre vantaggio. Così come non si può disconoscere come dato oggettivo che la crescita della Cina, sostenuta in modo massiccio dallo Stato, abbia trainato la crescita di tutto il mondo. Se, per rispettare le regole del mercato, fossimo in grado d’impedire a Usa e Cina di aiutare le proprie imprese, avremmo ripercussioni più negative che positive sulle nostre imprese. Di fronte a questo nuovo scenario mondiale, il dibattito che si è aperto in Europa è bene che giunga al più presto a una pragmatica conclusione.

È urgente che, come auspicato anche da Giorgia Meloni all’ultimo Consiglio europeo, si riconosca la necessità dell’attivazione di programmi di sostegno comunitario all’industria di tutti i Paesi membri, istituendo un «fondo sovrano europeo», facendo ricorso a un debito comune come avvenuto con il Next Generation Ue. Ciò, peraltro, non dovrebbe in alcun caso escludere libertà d’azione sull’utilizzo di fondi nazionali.

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