L’Italia inferma non esiste più
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sulla copertina di «El Pais»

L’Italia inferma
non esiste più

Sorpresa: l’Italia era l’inferma d’Europa, ma sembra guarita. Firmato: Paul Krugman, Nobel dell’economia. Chi pontifica e straparla dal salotto tv a reti unificate potrebbe redimersi tenendo a mente alcuni concetti scritti dal polemista liberal in contemporanea sul «New York Times» e su «El Pais» dei giorni scorsi che, partendo dalla scoperta di un premier anomalo qual è Conte (l’unico capo di governo in Europa senza partito), rivaluta la resilienza italiana durante l’emergenza Covid. Rende a Cesare ciò che è di Cesare. Da reprobi a modello, sempre che non arrivino smentite. Non sappiamo come andrà a finire e, pur senza dimenticare la caduta degli dei (il modello sanitario della Lombardia), qualcosa andrà però riscritto di un pezzo di storia italiana: un certo discorso irriducibilmente pessimista sugli italiani, un dolente canone nazionale raccontato nei termini di una decadenza quale fattore decisivo dell’identità italiana, potranno essere riformulati abbandonando lo schema di un inossidabile primato negativo del Paese.

Dunque, osserva Krugman (solitamente più disponibile alla stroncatura che all’endorsement): «L’Italia ha schiacciato la curva: ha mantenuto il blocco in atto fino a quando i casi erano relativamente pochi ed era cauta riguardo alla riapertura. L’America avrebbe potuto seguire la stessa strada. Ma non lo ha fatto». Gli americani possono invidiare la resistenza italiana, «il suo rapido ritorno a una sorta di normalità che è un sogno lontano in una nazione che si congratulava con se stessa per la sua cultura del fare». Per un Trump pro business, il fallimento dell’«America first» è passato attraverso la precedenza assegnata all’economia e non alla salute. L’opposto del format italiano, inaugurato senza poter contare su schemi precedenti.

Sia chiaro: il Nobel è esplicito nel suo essere di parte, essendo lui la prima linea dell’anti trumpismo, e per certi aspetti l’elogio all’Italia è funzionale a questo disegno. Tuttavia Krugman si esprime con il linguaggio dei fatti. E questo vale anche per un Paese come la Svezia che, pur non allineata all’ortodossia negazionista, s’è mossa in maniera ibrida. E così l’allieva prediletta della socialdemocrazia europea, caposcuola del welfare «dalla culla alla bara», è andata a sbattere, come hanno rilevato 25 scienziati svedesi: «La strategia ha portato alla morte, al dolore e alla sofferenza e per di più non ci sono indicazioni che l’economia svedese abbia avuto risultati migliori rispetto a molti altri Paesi».

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