L’uomo forte, la risposta
è la capacità di includere

Uomo forte, pieni poteri: nel lessico della politica tornano ad affacciarsi queste parole. Non pudicamente sussurrate, ma affermate e perfino rivendicate. Lo stesso rapporto Censis 2019 segnala uno stato diffuso di incertezza tra cittadini che guardano con favore alla prospettiva dell’uomo forte al potere. Sembra che la celebrazione dell’autoritarismo stia perfino diventando un fenomeno di tendenza, come una delle tante forme di trasgressione. Essa è in realtà un segnale di propensione alla sudditanza di chi, esibendo la virilità e l’energia presunte del capo, vi si consegna passivamente. E tuttavia non si fatica a capire da dove vengano questa diffusa incertezza e il conseguente senso di precarietà. Non sono sentimenti infondati da irridere, ma da comprendere e assumere. La contraddizione è pensare che la complessità disorientante che ci circonda possa magicamente risolversi nella decisionalità di un capo. Questo è in sé illusorio: pensare che una leadership dal volere solitario possa risolvere le contraddizioni del reale, sul presupposto, non detto ma scontato, che stia dalla stessa parte di chi nutre queste attese e che dunque gli rechi vantaggio, limitando le pretese e la libertà altrui. Questa attesa, in sé illusoria, si scontra poi frontalmente con lo spettacolo delle attuali leadership partitiche, pressoché totalmente inadeguate, caduche, celebrate e repentinamente deposte e irrise.

Ma chiediamoci: da dove dovrebbero nascere leader buoni? Se la società è, come ci viene descritta, liquefatta e disgregata, incapace di esprimere un tessuto solido di rapporti, è evidente che non può mettere in moto una sana organizzazione dal basso che possa e sappia riconoscere figure autorevoli e le spinga ad assumere responsabilità pubbliche. In assenza di questi meccanismi virtuosi di selezione della classe politica, assistiamo ad aspiranti leader che, nel vuoto dei rapporti sociali, si auto-propongono e cercano di imporsi sfruttando le armi e la scorciatoia della spregiudicatezza comunicativa. In questo modo, rapidamente scalano e rapidamente ruzzolano. In questo contesto, l’urgenza politica è tutt’altra che inseguire leadership improbabili, e cioè quella di ricostruire il tessuto civile slabbrato e lacerato, ricreando reti consistenti e partecipative dal basso.

Questa azione di ricucitura può avvenire – e già in parte avviene - su più livelli: quello sociale (si pensi al modo in cui agisce, anche sul nostro territorio provinciale, un’associazione come le Acli); ma anche quello istituzionale, quando ci sono amministrazioni comunali e sindaci capaci di usare la loro legittimazione elettorale non per esercitare piccole e grottesche propensioni al comando, ma per coinvolgere i cittadini nelle politiche e nella cura dei beni comuni.

In questa stessa direzione, un ruolo politico, ma pre-partitico, significativo possono svolgere le cosiddette sardine. Queste contribuiscono a re-intermediare l’opinione pubblica, opponendo un argine alla comunicazione violenta e spregiudicata di cui sempre più spesso si avvalgono esponenti partitici. Non siamo al cospetto di una soggettività politica compatta e tanto meno partitica. E dunque non le si può chiedere di prendere posizione su tutto. È bene anzi che si mobilitino persone di diverse idee e orientamento attorno a un obiettivo, che dovrebbe essere trasversale, di civilizzazione e di umanizzazione della dialettica politica, attorno ai fondamenti costituzionali della convivenza. Questo è il lavoro urgente: federare e includere. A cominciare dai non trascurabili fermenti di partecipazione che animano le nostre città. Di uomini soli al comando e delle conseguenti lacerazioni ne abbiamo visti già abbastanza.

© RIPRODUZIONE RISERVATA