Non sono stati anni
di austerità

Gli anni Dieci del nuovo secolo che si sono chiusi nei giorni scorsi saranno ricordati dai più come il decennio dell’austerità. Ma se guardiamo i dati, non è stato così. Semmai, andrebbe riportato negli annali come il periodo del recupero dalla grande crisi, esplosa alla fine del decennio precedente e culminata con la seconda recessione del 2012. Oggi il Pil nazionale è leggermente superiore a quello dell’inizio del 2010, benché di un risicatissimo punto percentuale.

L’occupazione, in crescita costante dal 2013, ha raggiunto i 23 milioni e mezzo di unità e la disoccupazione è tornata sotto il 10%: un dato ancora preoccupante ma comunque ampiamente migliore del 13% del 2014. Se questi sono i tratti principali dell’andamento del decennio, due sono i temi che dobbiamo approfondire: la dinamica del deficit e del debito pubblico e la divaricazione territoriale.

Definire gli anni Dieci come un periodo di austerità è sbagliato perché, in realtà, il bilancio pubblico è sempre stato in disavanzo, dal 4,2% del 2010 al 2,2% di oggi. Siamo entrati nel decennio con il debito pubblico al 115% e ne usciamo al 132%. Questa politica fiscale, unitamente a quella monetaria ultraespansiva attuata dalla Bce, configura una condizione espansiva, non restrittiva, la quale invece corrisponde alla situazione in cui lo Stato riduce la spesa pubblica al di sotto del prelievo fiscale e gli altri tassi di interesse determinano la contrazione degli aggregati monetari e creditizi. Anche un bambino vede che definire di austerità la trascorsa stagione di tassi bassi o negativi, accompagnati da spesa pubblica crescente è una sciocchezza. Certo, il cittadino comune ha percepito un clima di austerità perché si è visto aumentare le tasse, ridurre le prestazioni sociali, riformare in senso restrittivo le pensioni: come può associare queste manovre a una politica espansiva? Ancora una volta, la colpa è della spesa pubblica fuori controllo, che ha causato un deficit costante e quindi l’incremento del debito senza dare sostegno ai cittadini.

Per la cronaca, a differenza di quanto spesso si dice e magari molti percepiscono, il livello dei consumi delle famiglie è oggi sostanzialmente uguale a quello dell’inizio del decennio, solo mezzo punto percentuale inferiore. Qui si innesta il secondo punto: la crescente dispersione dei dati all’interno del sistema economico italiano. Sarebbero tantissimi i profili sotto cui analizzare le distanze fra i sottoinsiemi in cui può essere scomposto il nostro Paese. Uno di questi li rappresenta e forse li riassume tutti: il divario geografico. Se estendiamo un poco l’orizzonte temporale a prima dello scoppio della crisi, vediamo che il Nord Ovest è riuscito a recuperare il livello del 2007 proprio quest’anno e al Nord Est manca ancora poco più di un punto percentuale, il Centro deve ancora ricostruire circa 7 punti e, peggio, il Sud è sotto del 10%. Ecco perché è difficile descrivere in modo complessivo la storia economica italiana di questo decennio. E ciò costituisce anche il problema più grave da affrontare in quello che si apre, ovviamente insieme al gigantesco debito pubblico accumulato. Perché non si può pensare di attuare le stesse politiche per Varese e per Brindisi, o per Udine e Vibo Valentia. Con l’aggravante che due delle tre principali situazioni di crisi aziendali si verificano in Puglia. Un dato su tutti giustifica il divario: la propensione all’export del Nord è nell’ordine del 33,5%; al Centro è solo del 20%; al Sud scende al 12%. Questo dice anche come le esportazioni siano una forte componente di crescita economica e anche questa grandezza concorre a dipingere a tinte espansive il quadro economico complessivo. Peccato che pezzi importanti del Paese non riescano ad agganciarsi a questo treno.

Mi piacerebbe concludere che gli anni Venti saranno il decennio in cui rimuoveremo questi problemi: rientreremo dall’eccesso di debito e colmeremo il divario territoriale. Intanto le previsioni parlano di una crescita risicata allo 0,8% per il 2020 e all’1% per il 2021, di un debito che non si riduce e di clausole di salvaguardia sul bilancio statale per 43 miliardi. E se guardiamo a quanto indietro risalgono nel tempo i nostri problemi, l’o ttimismo si offusca.

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