Parlamento riforma debole
L’ok definitivo dell’Aula della Camera al taglio dei parlamentari, lo scorso 8 ottobre (Foto by Ansa)

Parlamento
riforma debole

Quando una riforma costituzionale è approvata a maggioranza così ampia (superiore ai 2/3 nella Camera dei deputati), ci sarebbe in teoria da sentirsi rassicurati, perché si dovrebbe parlare di una revisione ampiamente condivisa, anziché, come spesso è accaduto, frutto della forzatura di maggioranze di governo. La riduzione del numero dei parlamentari ha superato l’ultimo passaggio alla Camera dei Deputati con 553 voti a favore (su 569 presenti). Paradossalmente questo ampio consenso è ultimamente segno piuttosto di una debolezza del Parlamento, al cospetto della pressione condizionante della cosiddetta antipolitica (che spinge per la riduzione dei privilegi e del peso della «casta») o dei vincoli finanziari (com’è accaduto per la legge costituzionale 1/2012 sull’equilibrio, o «pareggio», del bilancio, approvata a larghissima maggioranza); frutto di un timore diffuso delle reazioni e di un avvertito difetto di legittimazione più che di un largo convincimento.

E infatti al Senato la maggioranza a favore di questa riforma è stata inferiore ai due terzi, ciò che tiene aperta la possibilità di un referendum confermativo che, presumibilmente, potrebbe essere richiesto da un fronte trasversale di parlamentari (così che nessuna forza politica ne risponda direttamente). Basta all’uopo un quinto dei membri di una Camera.

La riforma, a dire il vero, non entusiasma. Taglia il numero dei parlamentari senza porre rimedio alle cause profonde della crisi che attraversa la mediazione parlamentare. Per qualcuno sembra addirittura che la riduzione sia un bene in quanto tale. Per costoro, qualsiasi taglio sarà sempre insufficiente. La riforma è debole. Se sottintendesse il retro-pensiero dell’inutilità del Parlamento sarebbe pericolosa. Se mirasse al rilancio della centralità delle Camere mancherebbe il bersaglio.

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