Ricordare le foibe imperativo politico
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente della Repubblica di Slovenia Borut Pahor si tengono per mano dopo aver deposto una corona di fiori alla foiba di Basovizza

Ricordare le foibe
imperativo politico

La tragedia delle foibe, gli inghiottitoi carsici dove furono gettate migliaia di vittime (spesso ancora vive), simbolo dell’odio e della barbarie sanguinaria che caratterizzò il dopoguerra nell’Adriatico Orientale, ha rivelato la natura repressiva e totalitaria del regime di Tito, in un clima di anarchia e resa dei conti che caratterizza i finali delle guerre. Quella memoria di sofferenza va tramandata per rendere omaggio a tante povere vittime e perché questo abominio non si ripeta. Da destra si è tentato di farne quasi un ambiguo contraltare della Giornata della memoria delle vittime della Shoah, come denunciarono gli storici Angelo Del Boca e Giovanni Gentile.

L’intento del benaltrismo legato alle tragedie è evidente: se ci furono vittime a destra come a sinistra allora tutti i carnefici sono uguali e dunque non ci sono carnefici, anzi siamo tutti carnefici, vengono attenuate le responsabilità in un gioco a somma zero. Un tentativo gravissimo che peraltro finisce per ledere anche l’unicità e la sacralità dell’Olocausto ebraico, il genocidio di un popolo che va tramandato senza accostamenti fuorvianti.

Ecco perché ricordare quella tragedia ha un altissimo valore simbolico. Lo hanno fatto ieri due rappresentanti della democrazia moderna, il presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella e il suo omologo sloveno Borut Pahor, che si sono incontrati nella caserma del Reggimento Piemonte Cavalleria a Villa Opicina, sul Carso triestino.

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