Ridurre il debito bisogno vitale

Ridurre il debito
bisogno vitale

Negli ultimi vent’anni il nostro Paese ha registrato avanzi primari che sono stati vanificati dagli interessi da pagare sul debito pari a oltre 50 miliardi l’anno, cifra corrispondente alla spesa per istruzione e ricerca. Se oggi l’Italia si trova nel mirino dei mercati e delle agenzie di rating, nonostante le dimensioni della propria economia (seconda in Europa dopo la Germania) ed il costante avanzo primario, è principalmente per due motivi: una crescita stentata dell’economia che perdura da più di venticinque anni e un debito pubblico di dimensioni colossali, con una conseguente spesa per interessi che oltre a compromettere l’avanzo di bilancio alimenta il debito stesso.

Nel secolo scorso il nostro debito ha registrato alti e bassi ma una vera e propria esplosione si è verificata negli anni tra il 1982 e il 1990, quando i governi che si sono succeduti hanno continuato a mantenere saldi primari negativi fino ad oltre il 15%, sorvolando tutti, chi più chi meno, sulla disciplina di bilancio. Anno dopo anno, con un’inflazione superiore al 10%, per trovare acquirenti di Bot e Btp il tasso medio dei nostri titoli di Stato si è sempre mantenuto in doppia cifra. Così il debito, che nel 1980 era pari al 60% del Pil, dopo dieci anni ha superato il 100%. Se siamo stati ammessi in Europa lo si deve in gran parte alla fiducia accordata a Guido Carli che, in qualità di autorevole ministro del Tesoro, prospettò la possibilità di aggiungere al vincolo del 60% del Pil quello del 3% del deficit nel quale rientravamo e che ci impegnavamo a rispettare. Quei vincoli di bilancio furono fissati a Maastricht con l’obiettivo di risanare nel medio periodo le finanze pubbliche e far ripartire l’economia dei Paesi aderenti su basi comuni e finanziariamente sostenibili. In Italia, tuttavia, il susseguirsi di governi deboli, litigiosi ed assai poco responsabili non ha reso possibile l’adozione di politiche incisive in tempi in cui l’economia, seppur timidamente, cresceva. Basti ricordare come il Belgio nel 1995 abbia creato un «fondo speciale» per accomunare tutte le spese sociali e decimare sprechi e doppioni, riuscendo nel giro di soli 14 anni a fare scendere il debito dal 140% all’84% del Pil.

L’azione dei nostri governi è stata caratterizzata da una sostanziale incapacità di attuare interventi incisivi di contenimento del debito, che attualmente ha raggiunto il 132% del Pil, così come di non riuscire a realizzare politiche in grado di stimolare una complessiva crescita Paese. Il perdurare di tale situazione ci ha resi ostaggio della speculazione finanziaria internazionale, come testimonia il ricorrente aumento dello «spread» tra i nostri «bond» e quelli della Germania. Ci si attendeva che il nuovo governo, autodefinitosi del «cambiamento», riuscisse a dare il dovuto spazio ad un’azione di rientro del debito, contrastando duramente l’evasione fiscale - che attualmente supera i 130 miliardi - ed attuando una razionalizzazione della spesa pubblica che comprende spese inutili per oltre 60 miliardi, come già dichiarato a suo tempo dall’ex commissario alla spending review Cottarelli. Come ben sappiamo ciò non è avvenuto, nonostante i ripetuti annunci. Oggi il governo, evidentemente nostalgico degli anni ’80, si propone di accrescere ulteriormente il deficit andando anche oltre i limiti del 3%. Per questo la Commissione europea ha già avviato l’ormai nota procedura d’infrazione per evitare la quale si intravedono scarse possibilità d’intesa.

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