Sanità, riforma e i soldi della Ue

Sanità, riforma
e i soldi della Ue

L’unica cosa certa è che, questa volta, non potrà sbagliare. Nelle prossime settimane, Regione Lombardia dovrà mettere mano alla revisione del Sistema sanitario lombardo, come peraltro richiesto dal Governo il 16 dicembre scorso, al termine del periodo di sperimentazione concesso al Pirellone nel 2015, all’atto dell’approvazione della «riforma» firmata dall’allora governatore lombardo Roberto Maroni. È chiaro che dovrà farlo non solo in base alle criticità emerse nel corso dei cinque anni trascorsi dall’introduzione della legge ad oggi, ma anche - se non soprattutto - alla luce dei problemi emersi nell’arco di tutto il 2020, durante la gestione dell’epidemia da Covid-19.

Ma lo dovrà fare - è bene chiarirlo subito - al netto dell’inutile retorica politica e della pericolosa deriva giustizialista, che - insieme - non hanno fatto altro che destabilizzare in continuazione un equilibrio sociale già estremamente precario, occupandosi più di fomentare il populismo che a condividere possibili percorsi di ripartenza, in un momento in cui proprio la Politica - ma quella vera e scritta in maiuscolo – aveva l’obbligo morale di tenere unito il Paese in un frangente così drammatico. Uno dei cardini fondamentali attorno a cui ancorare la riforma della riforma (sarebbe bastato mettere mano con maggior lucidità al «modello Formigoni» per avere un risultato largamente migliore) è certamente quello della medicina di territorio, oggettivamente carente, anche se non poche delle accuse lanciate al sistema nella scorsa primavera erano solo il frutto di un’insulsa polemica politica unita ad una scarsa conoscenza dell’organizzazione sanitaria.

È stata una buona idea quella di affidare agli ospedali, dalla sera alla mattina, l’organizzazione e la gestione dei servizi sul territorio ben sapendo che, per tradizione e formazione, l’ospedaliero non ha una visione così ampia e articolata sulla realtà territoriale? Stando alle difficoltà emerse, la risposta propende per il «no», come peraltro messo nero su bianco dall’Agenas, l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali nelle sue 73 pagine di analisi della legge 23/2015. Emerge una frammentazione dell’impianto di governance che porta ad una risposta non coordinata ai bisogni della popolazione, una disomogeneità della qualità dell’offerta sul territorio, una certa inappropriatezza nel percorso di presa in carico dei pazienti (soprattutto di quelli più fragili), un non pienamente efficace coordinamento tra Ats e aziende ospedaliere, soprattutto nell’ambito dei distretti, tradizionalmente chiamati a far sintesi tra i bisogni di salute della popolazione e l’offerta dei servizi, ma in difficoltà per la separazione di ruoli: compiti di governo e di programmazione affidati alle Ats, erogazione delle prestazioni distrettuali in carico alle aziende ospedaliere e ai soggetti erogatori. Una separazione che si riflette negativamente anche sul fronte della prevenzione, assolutamente strategica ma finita con l’indebolirsi.

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