Senza riforme profonde l’Italia non convince l’Europa

ITALIA. Sul debito italiano Moody’s ha mantenuto il giudizio precedente con prospettive che migliorano da negative a stabili. Stilare una pagella sulla capacità di uno Stato o di un attore privato di restituire il denaro ai creditori è il compito delle agenzie di rating.

Si temeva un declassamento del debito a «junk» ovvero spazzatura e invece l’Italia non sarà nei prossimi mesi il giocattolo della speculazione internazionale. Per il governo italiano un bel respiro di sollievo. Le notizie positive però si fermano qui. Prima di tutto perché il livello «Baa3» è di per sé negativo, è indice di una fragilità costitutiva. E poi perché Paesi del Sud Europa come il Portogallo hanno fatto un balzo da «Baa2», un livello comunque sopra quello italiano, a «A3» cioè due gradini sopra. La classe A è l’élite nelle valutazioni. La Germania ha la tripla A che è il segno della massima solvibilità. La Francia è peggiorata ed è passata a AA, cioè con il segno meno. Ma siamo appunto in un’altra categoria.

Quali sono dunque i problemi che appesantiscono il giudizio dell’Italia e lo rendono così esposto alle valutazioni delle agenzie? Di fatto la sua struttura economica è salda. L’ export tiene il Paese in linea con i Grandi in termini certo più ridotti rispetto a Germania e Cina ma stabili. Le famiglie italiane diversamente da altri Paesi sono molto meno indebitate ed hanno una forte propensione al risparmio. La struttura industriale è ben articolata, quanto meno al Centro Nord, e vanta punte di eccellenza. Non sono questi i problemi italiani. Ciò che rende il Paese perennemente in stato di ansietà è l’ incapacità di operare riforme di lungo respiro in grado di garantire nel tempo il mantenimento della competitività del sistema. Una paralisi che ha portato ad una perdita costante di produttività nell’arco di decenni e che solo la capacità di adattamento e reazione agli imprevisti degli imprenditori italiani ha impedito che sfociasse in una piena deindustrializzazione. C’è voluto un evento esterno per smuovere l’Italia da questa letargia. Il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) è il frutto di una solidarietà europea che toglie ogni alibi. O si portano i progetti finanziati con denaro europeo, a fondo perduto e con prestiti a tasso agevolato, oppure salta il banco e la credibilità dell’azienda Italia sarà definitivamente compromessa. Prendiamo i progetti legati alle amministrazioni periferiche: in Spagna i singoli Comuni si sono consorziati e hanno creato macroaree sulle quali intervenire con progetti strutturali che danno una prospettiva al territorio. Qui si fatica perché ogni Comune pensa a sé e non avendo le capacità tecniche per progetti ambiziosi si limita a piani di intervento di primo impatto. Che vanno bene per la quotidianità quando invece c’è bisogno di interventi strategici. Ricerca tecnologica, intelligenza artificiale, rete capillare per la digitalizzazione dei servizi, sanità di territorio ecc. Ed è proprio quello di cui dubitano le agenzie di rating.

Le riforme di struttura che liberano risorse, quali la concorrenza, la giustizia veloce, il rapporto organico scuola-lavoro, la capacità di liberarsi dalle pressioni delle lobby. Nelle difficoltà in sede europea per la riforma dei criteri di Maastricht si ripercuote il giudizio di chi teme la timidezza italiana nell’affrontare a viso aperto la sfida.

La Commissione europea ha incaricato due ex primi ministri, italiani Mario Draghi ed Enrico Letta, di condurre due indagini: la prima sulla competitività europea, la seconda sul mercato interno dell’Unione europea. Il paradosso italiano sta tutto qui: avere forti personalità individuali e una debole struttura operativa. Ed è in questo allenamento quotidiano con l’emergenza che evidentemente si forgiano i politici italiani.

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