Sondaggi, Trump giù:
cattiva cura del virus

Negli Usa i sondaggi danno i numeri e sono tutti contro Donald Trump. Secondo quello realizzato dal quotidiano Usa Today nei giorni scorsi, Joe Biden guida la corsa alla Casa Bianca di nove punti (46% delle intenzioni di voto contro il 37% di Trump), mentre un’analoga rilevazione di Fox Tv, da sempre vicina alle posizioni dell’attuale presidente, tre settimane fa dava lo sfidante in vantaggio addirittura di 12 punti. Non va meglio con RealClearPolitics, il famoso sito specializzato in analisi politiche e in previsioni di voto, che dà a Biden un vantaggio compreso tra i 5 e i 7 punti. Non a caso, in coincidenza con queste notizie, si è sparsa la voce che Trump potrebbe abbandonare la competizione prima della convention repubblicana di agosto.

La data è cruciale: se Trump si ritirasse prima di quella data, la candidatura passerebbe quasi in automatico al vice-presidente Mike Pence, figura pallida ma non compromessa. Se invece Trump si ritirasse in settembre o in ottobre, il Partito repubblicano dovrebbe mettere in moto la procedura per la selezione interna di un nuovo candidato. E con il voto fissato per il 3 novembre, sarebbe un sicuro disastro.

La credibilità di Trump, in realtà, è stata la prima vittima americana del coronavirus. Fino a fine febbraio erano pochissimi quelli disposti a scommettere su una vittoria di Biden, politico navigato e molto esperto nei giochi di partito ma di scarsissimo spessore. Negli 8 anni in cui è stato il vice di Barack Obama, Biden si è distinto soprattutto per le gaffes. E l’idea che suo figlio Hunter potesse lavorare per una compagnia russa con sede in Ucraina e che lui, il padre, non ne sapesse nulla pur essendo l’incaricato speciale di Obama per la crisi ucraina è semplicemente ridicola, a prescindere dalle porcherie politiche che Trump ha tentato per metterlo in crisi.

A Biden, però, è bastato aspettare che l’imperizia di Trump e l’aggressività del virus si scontrassero. All’inizio il presidente ha minimizzato, parlando del virus quasi come di un’invenzione dei Democratici. Poi si è lanciato in una serie di comparsate e dichiarazioni che definire improvvide sarebbe poco, mentre con il lockdown la disoccupazione saliva a livelli vertiginosi. Quindi si è affrettato a sposare le posizioni di chi premeva per riaprire tutto e far ripartire l’economia. Ha funzionato ma oggi gli Usa sono il Paese con più contagiati (2,6 milioni) e più morti (127 mila) al mondo. Qualcosa Trump può aver riguadagnato approfittando della radicalizzazione del movimento di protesta contro le violenze della polizia sui neri, che infatti viene gestito con molta cautela anche dallo stesso Biden, contrario per esempio al taglio dei fondi alle forze dell’ordine. Ma i risultati sono quelli che i sondaggi mostrano con la spietatezza dei numeri.

Trump è finito, dunque? È presto per dirlo. In fondo, la sua campagna elettorale deve ancora cominciare, e Biden non potrà giocare a nascondino per sempre. Il vero problema del presidente, però, è che adesso non può più giocare la carta della sorpresa. Quattro anni fa il suo unico rivale era Hillary Clinton. Adesso gli giocano contro, e non lealmente, ampi settori della pubblica amministrazione che dovrebbero invece sostenerlo. Difficile credere che lo staff della Casa Bianca non avrebbe potuto bloccare almeno qualcuno dei suoi strafalcioni sul virus. E come mai non c’è riunione, per quanto riservata, che non finisca sotto forma di pettegolezzo sul New York Times, e sempre con l’intento di rappresentare Trump come un perfetto incapace? Nella storia moderna degli Usa Trump è l’unico a essere arrivato alla presidenza senza un solido ancoraggio con i partiti tradizionali. Ora il sistema vuole disfarsi di lui e di ciò che lui rappresenta. Ce la farà?

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