Stato, confuse
le competenze

L’ordinanza con la quale il presidente della Regione siciliana aveva vietato gli sbarchi sulle coste dell’isola, è chiaramente priva di validità giuridica. Rappresenta un tipico esempio di risposta sbagliata ad un problema reale. I crescenti arrivi di migranti sulle coste siciliane, l’affollamento oltre ogni limite delle strutture di accoglienza sono fonte di preoccupazione, in special modo in una fase nella quale i problemi sanitari derivanti dalla pandemia di coronavirus incombono su tutto il pianeta. Legittimo, quindi, che il presidente di una Regione si preoccupi della salute dei suoi concittadini; del tutto errata la mossa di un formale atto di governo privo di qualunque effetto pratico. Musumeci è stato, peraltro, costretto a una rapida marcia indietro, riconoscendo che la materia dell’immigrazione è di competenza esclusiva dello Stato e chiedendo al governo di adoperarsi di più e meglio. Posizione ineccepibile, se non fosse stata preceduta dal precedente sgorbio istituzionale.

In realtà, è tutto il dibattito politico di questi anni a essere permeato di continui voltafaccia: ciò che si dice un giorno viene disinvoltamente contraddetto o negato il giorno successivo. «Così fan tutte», o quasi, per richiamare una famosissima opera lirica di Mozart.

Sarebbe stato meglio cercare le strade della collaborazione istituzionale, della «lealtà» istituzionale, come si usa dire in politica senza che alle parole seguano i fatti. La complessità estrema del fenomeno migratorio meriterebbe un dibattito approfondito, teso alla ricerca di soluzioni. Che non sono semplici e che implicano tempi medio-lunghi. Soltanto chi fa sterile propaganda può far credere che un fenomeno epocale si risolva con i blocchi navali o con la scelta di lasciar morire in mare migliaia di disperati alla ricerca della salvezza della vita. La strada è lunga e difficile. Le intese multilaterali (come l’accordo di Malta) e quelle bilaterali, sottoscritte dal ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, sono molto opportune e si muovono nella giusta direzione. Ciò nonostante, la situazione resta grave, perché gli errori commessi dai precedenti governi si incrociano con i tempi necessari per gestire in modo adeguato l’arrivo sulle coste, lo smistamento dei profughi, l’azione umanitaria di ricovero e sostentamento, il controllo per motivi sanitari e di sicurezza pubblica.

Sovrapporre il problema dell’immigrazione all’emergenza determinata dal Covid, con un atto improprio non aiuta a risolvere i problemi; al massimo può servire per dragare un po’ di voti. Soltanto la collaborazione istituzionale tra i diversi livelli di governo (Stato, Regioni, Enti locali) può imprimere una svolta ai ritardi e alle manchevolezze attuali. Al riguardo non è inutile ricordare che la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, varata nel 2001, è all’origine della confusione di competenze tra centro e periferia. Lo si è visto nei momenti drammatici dell’esplosione della pandemia; torna alla ribalta sulla questione immigrazione. Gli amministratori regionali e locali, essendo a stretto contatto con le collettività, risentono più da vicino delle paure e delle incertezze dei cittadini e bene fanno a chiedere che lo Stato faccia la sua parte. Mentre le istituzioni operano sul territorio il governo dovrebbe predisporre e presentare in Parlamento un disegno di legge che modifichi profondamente la normativa sull’immigrazione varata dall’esecutivo giallo-verde. Fino ad oggi il governo Conte 2 non è riuscito a portare innanzi alle Camere una proposta che ribalti le logiche dei decreti Salvini. È un’inadempienza pesante, uno dei più preoccupanti segnali dell’intrinseca debolezza della maggioranza. Cambiare le norme di legge è l’indispensabile punto di partenza per rendere praticabili politiche che sappiano coniugare le ragioni della sicurezza con i diritti delle persone e con i principi fondamentali della nostra Costituzione.

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