Vaccini, lezione     dalla foresta
Tawy, per far vaccinare il padre di 67 anni, se lo è messo in spalla e ha attraversato a piedi nudi la foresta del Parà fino a raggiungere l’avamposto vaccinale che i medici avevano allestito in mezzo alla foresta amazzonica

Vaccini, lezione
dalla foresta

Talvolta gli indigeni danno lezioni ai filosofi e anche alle professoresse di lettere antiche. E che lezione! Lo ha fatto un ragazzo di 24 anni, di nome Tawy, che per far vaccinare il padre di 67 anni se lo è messo in spalla e ha attraversato a piedi nudi la foresta del Parà fino a raggiungere l’avamposto vaccinale che i medici avevano allestito in mezzo alla foresta amazzonica. Una storia che sembra tratta da un romanzo di Kipling e invece risale allo scorso anno. Sei ore di marcia all’andata e sei ore al ritorno. Nemmeno Enea con il genitore Anchise aveva scarpinato tanto fuggendo da Troia. Chissà se la professoressa di Greco e di Latino di Crema, sospesa dalla cattedra in quanto no vax, ha letto questa notizia riflettendoci sopra. Magari sarebbe stata indotta a cambiare idea, o quanto meno a rinunciare a ripetere per difendersi le citazioni da spirito di patata di un intellettuale no vax che faceva a sua volta ironia sul «sacro siero».

Il «sacro siero», ovvero il vaccino, gentile professoressa, salva vite umane ed evita ricoveri e terapie intensive. Se è vero, come dicono i numeri, che almeno in sette casi su dieci negli ospedali le rianimazioni accolgono i no vax (ma in alcune strutture sanitarie si arriva a nove su dieci).

Di quell’episodio istruttivo che viene da un mondo lontano (ma nell’era della globalizzazione di lontano non c’è più nulla) abbiamo una fotografia diffusa via Instagram. Si nota lo sguardo scuro e profondo di questo ragazzo giovane e forte mentre giunge al centro vaccinale col genitore legato alla bell’e meglio in una specie di marsupio tenuto sul dorso. Ce lo immaginiamo guadare in quel modo ruscelli, scavalcare rupi, attraversare la foresta fitta di giunchi e rami di alberi, magari scansare serpenti o evitare altri animali sotto la tortura degli insetti. Pur di preservare la vita del padre. Salvandolo da un flagello che non risparmia nemmeno il popolo degli Zo’é, una piccola tribù di poco più di 300 uomini e donne, riuniti in piccole comunità, che vive nel cuore della foresta amazzonica a Nord del Parà, nel Brasile selvaggio e inaccessibile. È una tribù piuttosto isolata quella degli Zo’é. Solo da 40 anni – dal 1987- ha iniziato ad avere contatti con il mondo «civilizzato» per la gioia di Levy Strauss e di tanti altri antropologi. Il suo gesto ha commosso il medico che guidava la squadra dei vaccinatori (altra gente di fronte alla quale togliersi il cappello, medici senza frontiere dal grande cuore, disposti a vivere nel cuore di tenebra della foresta per settimane per immunizzare un pugno di indigeni). Il dottor Jennings ha voluto immortalarlo con la sua macchina fotografica, il giovane Enea dell’Amazzonia. Lo scatto risale a quasi un anno fa: Tawy e suo padre, con gravi problemi di salute che gli impedivano di camminare, hanno ricevuto la prima dose di vaccino il 22 gennaio 2021, cinque giorni dopo l’avvio della campagna di immunizzazione in cui i nativi erano considerati gruppo prioritario. La storia, però, è venuta alla luce solo poco tempo fa. E a proposito di nativi il dottor Jennings ha spiegato che queste tribù non comprendono le paure e i timori sul vaccino dei non indigeni. Forse perché negli anni ’80 sono stati vittime di una grave epidemia che ha flagellato un quarto della popolazione.

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