(Foto di Afb)
NELLA STORIA. Domenica 22 marzo l’olandese diventerà il nerazzurro più presente di sempre. Tanti successi e qualche amarezza. La tragedia del Covid, la benemerenza civica, un rapporto unico con la gente. E le emozioni raccontate in dialetto.
Quattro secoli fa i suoi antenati esploravano gli oceani scoprendo terre nuove e sconosciute in ogni angolo del mondo: grandi viaggiatori, gli olandesi. Non lui, Marten de Roon da Hendrik-Ido-Ambacht, che nel 2015 per trovare Bergamo ebbe bisogno di cercarla su Google Maps. Anche se poi, nel tempo, Google Maps sul campo è diventato lui, riferimento costante lungo la strada da seguire per costruire l’Atalanta più bella e vincente di sempre.
Oggi contro il Verona – a proposito: nel vortice di emozioni che si scatenerà allo stadio occhio a non dimenticarsi che c’è una partita fondamentale per riconquistare un posto in Europa – diventerà il primatista assoluto di partite giocate con la maglia nerazzurra. Fanno 436, una più di Gianpaolo Bellini che nel 2016, con accanto proprio un giovane de Roon, chiuse la carriera a quota 435 ed è «strano, quasi un peccato superare un bergamasco, una bandiera, uno che ha giocato tutta la carriera qui, che ha avuto tanti infortuni e che non ha avuto il vantaggio di giocare in Europa, cosa che ti permette di arrivare a 50 gare l’anno» ha detto l’olandese qualche tempo fa, quando è stato chiaro che raggiungere il traguardo non sarebbe più stata una questione di «se», ma di «quando». Un traguardo che «è qualcosa di enorme, che mi rende molto orgoglioso . È un onore aver indossato questa maglia così tante volte, e vorrei rappresentare questa città ancora a lungo».
Il primo a rendergli omaggio è proprio Bellini, ancor oggi nei quadri della società nerazzurra come vice responsabile tecnico dell’attività agonistica delle squadre giovanili: «Marten merita sicuramente il raggiungimento di questo traguardo, perché è stato leader e capitano del periodo più bello della storia dell’Atalanta. Ed è giusto che il giocatore più rappresentativo dell’Atalanta dell’ultimo, glorioso decennio detenga anche questo record. Gliel’ho detto: se avessi dovuto scegliere un giocatore che meritava di superarmi, avrei indicato lui. Non solo per quello che ha fatto, ma anche per la persona che è».
«Arrivai nell’agosto 2015, faceva un caldo terribile, e per trovare dove fosse Bergamo l’avevo dovuta cercare su Google»
«Mi fa particolarmente piacere – prosegue l’ex terzino di Sarnico – che il giocatore con più presenze nell’Atalanta, oltre a essere un campione, sia prima di tutto una grande persona che incarna perfettamente i valori e il Dna dell’Atalanta e dei bergamaschi. L’ho conosciuto quando è arrivato a Bergamo, sono stato suo compagno di squadra prima e suo tifoso poi. Ha avuto l’umiltà e la maturità di calarsi subito nella mentalità bergamasca. Ha capito perfettamente la gente e l’ambiente, diventando un bergamasco acquisito. Ha sempre preferito i fatti alle parole, e così facendo è entrato nel cuore della nostra gente ed è stato apprezzato anche per questo. Del resto, per giocare con continuità per così tanti anni e arrivare a battere un record di questa portata, devi avere determinate caratteristiche, dentro e fuori dal campo. E Marten le ha tutte».
Più fatti che parole, dunque. Eppure sono proprio le parole il modo migliore per rivivere passo dopo passo – attraverso il «de Roon pensiero» – questo cammino da record che ha portato a creare e consolidare un rapporto unico. Ancora lontano dal vivere il suo epilogo sul campo, e sicuramente destinato, quando arriverà il momento, a proseguire oltre.
«Arrivai nell’agosto 2015, faceva un caldo terribile, e per trovare dove fosse Bergamo l’avevo dovuta cercare su Google. Siamo andati tre settimane in ritiro a Rovetta e Clusone e ho sofferto, perché io sono un tipo socievole, mi piace parlare, e con la lingua facevo una gran fatica». Allenatore Edy Reja, obiettivo salvezza. Esordio assoluto (con gol: 3-0) in Coppa Italia in casa contro il Cittadella; esordio in Serie A con l’Inter (sconfitta 1-0) su un palcoscenico non banale come San Siro; primo gol in campionato il 6 dicembre, in casa contro il Palermo (altro 3-0). «Fu una buona stagione, anche se a un certo punto restammo 14 partite senza vincere. Però chiudemmo bene e centrammo una salvezza tranquilla, un gran risultato per quei tempi. Devo dire che quella salvezza raggiunta in casa con il Chievo Verona ci diede una felicità non inferiore, anche se diversa, rispetto a quella provata anni dopo vincendo un trofeo».
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