Addio al professor Fabrizio Castelli: da Pignolo alle grandi scoperte

IL LUTTO. Saranno celebrati martedì alle 14.45 nella chiesa di San Martino a Lambrate in via dei Canzi, i funerali di Fabrizio Castelli, il docente bergamasco di Fisica all’università statale, morto venerdì sera a Milano. Ospitiamo un ricordo del professor Castelli scritto da Paolo Aresi, suo amico fin dall’infanzia.

Eravamo più o meno in seconda media quando affidai a Fabrizio un compito molto importante: avrebbe dovuto progettare un’astronave che andasse alla velocità della luce (o quasi). Il motivo era semplice: tutti e due eravamo appassionati di fantascienza, divoravamo film e romanzi. Il Pianeta Proibito ci aveva fatto sognare, più ancora di Ultimatum alla Terra. Erano gli anni delle missioni Gemini e Apollo, il tempo del primo sbarco sulla Luna. Ma ci rendevamo conto che quei razzi, quella propulsione chimica, erano inadeguati rispetto ai nostri sogni: volevamo raggiungere Marte prima e poi tutti i pianeti del Sistema Solare per poi lanciarci verso le stelle.

Mi rivolsi al mio amico Fabrizio Castelli non solo perché lui era il più intelligente di tutti all’oratorio di Pignolo, in via Sant’Elisabetta, ma perché era un passo avanti rispetto a tutti i bambini che conoscevo, cugini e compagni di scuola compresi. Abitava in via Pradello con i tre fratelli Stefano, Franco, Tarcisio, con la mamma casalinga e con il papà che era falegname e che suonava l’organo durante le celebrazioni alla chiesa di San Bernardino, quella della famosa pala del Lotto.

La loro casa era stata un tempo una cascina dove si allevavano i bachi da seta per il vicino filatoio, appena oltre la Roggia Nuova (si vede tutto ancora oggi). Entravi e c’era subito una grande stanza, con un pianoforte verticale appoggiato alla parete di ingresso, accanto alla porta. Lo suonava anche Fabrizio, da autodidatta. Sulla parete di sinistra ci stava un camino.

Siamo venuti grandi insieme. Lui non giocava a calcio perché da piccolo era stato investito da un’automobile che gli aveva rotto in più punti una gamba: correre era un problema. Niente calcio, però quante partite a scacchi, a Risiko, quante partite a briscola chiamata, quante gite in montagna!

A un certo punto anche Fabrizio venne coinvolto nella 24 ore di briscola chiamata in casa del curato dell’oratorio, don Carlo. Eravamo in sei, cinque con il morto, giocammo dalle 16 di un mercoledì fino alle 16 del giorno successivo, restando svegli per tutta la notte. Essendoci il morto, a ogni giro potevamo riposare, avevamo il tempo di andare in bagno.

Eravamo tutti poveri, ma dignitosi, in Pignolo, e dopo le superiori si andava a lavorare. Anche lui, che finì l’Esperia con il massimo dei voti e con un mistero irrisolto per il suo compagno di banco, Mario: come faceva Fabrizio a prendere sempre il massimo dei voti senza studiare mentre lui passava tutti i pomeriggi e talvolta le sere sui libri per portare a casa un voto decente?

Finita l’Esperia, di giorno lavorava in un’azienda chimica, la sera frequentava Fisica a Milano. Uno sforzo improbo. Si laureò, sposò Mariolina, e cominciò la carriera universitaria. Fabrizio era timido, non si vendeva bene, come si suol dire. Ma il suo valore era tale che alla fine tutti si accorgevano delle sue capacità. Così anche al dipartimento di Fisica cominciò a fare ricerche di altissimo livello e due anni fa ebbe una grande soddisfazione.

Fabrizio guidava il gruppo di ricerca del dipartimento di Fisica che partecipava a un’impresa internazionale: arrivare a produrre l’anti-idrogeno mediante il positronio, per poter indagare le proprietà dell’antimateria e per produrre con facilità raggi gamma da usare contro le cellule tumorali. Fabrizio e i suoi erano riusciti, mediante una tecnica laser, a rallentare questo atomo, a «governarlo». Con possibili applicazioni anche nella lotta ai tumori grazie alla radiazione gamma che lo scontro tra positrone e elettrone produce. Insomma, Fabrizio aveva contribuito ad «addomesticare» l’antimateria evitando l’istantaneo annichilamento.

I suoi studi andavano avanti, ci eravamo visti ai primi di dicembre in una birreria a Lambrate, vicino all’università, stava bene. Avevamo parlato del mio prossimo romanzo di fantascienza (lui era il mio più prezioso consulente). Poi sabato mattina la notizia, terribile, inaspettata. Fabrizio se n’era andato. Un’infezione a quella gamba, una setticemia. Tutto in una settimana.

Caspita, Fabrizio, l’astronave che viaggia alla velocità della luce non me l’hai costruita e non siamo partiti verso Marte e Giove. E non giocheremo più a scacchi, né a briscola chiamata. Però la tua luce non si spegne. Sarai sempre qui a suggerirci tante, buone idee. Come in birreria. Ne sono sicuro.

© RIPRODUZIONE RISERVATA